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Testimoni di Misericordia

In occasione della chiusura del Giubileo della misericordia abbiamo voluto raccogliere le impressioni di don Stefano Tessaglia, membro della commissione giubilare, nonché della redazione di Voce dal 1998.

Il 20 di novembre si concluderà per tutta la Chiesa questo anno speciale. Quale bilancio possiamo trarne? Chiusa la Porta santa finisce la misericordia?

Questo è stato un anno straordinario, in tutti i sensi, vissuto a partire dal motto: “Misericordiosi come il Padre”. È stato un anno di vita, di ciascuno di noi e della comunità, non soltanto un anno di eventi o di occasioni, ma di vita insieme, in cui abbiamo sperimentato l’amore di Dio e almeno un po’ abbiamo imparato anche noi ad essere capaci di misericordia, strumenti e testimoni di questo amore infinito.

La misericordia poi non finisce con quest’anno. Il papa lo ricorda spesso, con frasi che sono ormai celebri: “il nome di Dio è misericordia” e “la misericordia è il cuore del Vangelo”. Sono espressioni che ci aiutano a comprendere come il senso di questo giubileo sia stato di sottolineare, in maniera speciale, qualcosa che è parte della nostra fede e che continueremo a vivere. Per questo la Lettera pastorale del vescovo Guido ha ripreso il motto del giubileo al termine dell’anno: si continua a vivere e a moltiplicare la misericordia nei diversi luoghi di vita, nelle nostre famiglie, nelle comunità.

Una delle dimensioni che ha caratterizzato questo Anno santo, come del resto tutto il suo pontificato, è stata l’attenzione del pontefice per i poveri e gli esclusi. Quale messaggio per la Chiesa?

Ancora recentemente il papa ha celebrato il giubileo per i poveri e gli esclusi. Questa è una delle cifre più caratteristiche di questi anni. Il papa chiede ai cristiani di andare verso quelle che lui chiama le “periferie esistenziali”, per incarnare quella Chiesa in uscita che, come Gesù buon pastore, va a cercare chi è lontano o si è smarrito.

Ci sono stati in questo anno momenti simbolici e ricchi di emozione, come i “venerdì della misericordia”, in cui Francesco ha incontrato persone segnate da una qualche povertà, non necessariamente materiale: disabili psichici, ex prostitute e ancora venerdì scorso famiglie il cui padre è un prete che ha lasciato il ministero per diversi motivi. Tutte persone segnate da un’esclusione alla quale, la Chiesa deve porre fine.

Viene spontaneo ora pensare alla famiglie e alle grandi difficoltà che vivono nella società di oggi…

Due sabati fa la nostra diocesi ha vissuto il giubileo della famiglia e delle sue ferite, un’attenzione grande, che è giunta alla fine del giubileo non per dimenticanza ma perché parte di un percorso. Da circa un anno, infatti, un gruppo di lavoro presieduto dal vescovo sta riflettendo alla luce del Vangelo sulle diverse questioni. La famiglia e le sue ferite sono uno di quei “luoghi esistenziali” che il papa chiede di mettere al centro dell’attenzione della Chiesa, con uno sguardo di misericordia, con attenzione pastorale e non solo giuridica.

Ci sono poi i giovani che, come ricordava il beato Paolo VI, piuttosto che di maestri, avrebbero bisogno di testimoni.

Basta rileggere il discorso di papa Francesco alla veglia della GMG di Cracovia per rendersi conto di quanta speranza – ma anche di quanta responsabilità – egli affidi ai giovani. Il papa ci spinge a guardare sempre avanti, lui stesso d’altro canto lo fa, tanto da avere già annunciato che il prossimo Sinodo dei vescovi avrà come argomento i giovani, la loro vita, la loro fede. I giovani sono l’elemento di speranza per il futuro, invece diventano spesso motivo di preoccupazione. Già oggi dobbiamo far crescere in questa nostra società dell’individualismo i desideri di vita insieme, di comunità, di affermazione di sé ma in una vita buona. Solo così le nuova generazioni potranno guardare al loro domani senza angosce, facendo oggi scelte di bene per un domani da costruire.

Da parte di tutti, ci deve essere la testimonianza di una vita buona, come hanno sottolineato i vescovi italiani in questo decennio. La trasmissione della fede passa da esempi concreti di vita buona, nel luogo in cui il Signore ci ha posti, con le difficoltà e le gioie quotidiane.

Marco Caramagna

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