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Pope Francis blesses a sick man inside the Basilica of Our Lady of Bonaria in Cagliari, Sardinia, Sept. 22. (CNS photo/Paul Haring) (Sept. 23, 2013) See POPE-SARDINIA Sept. 23, 2013.

Il Vescovo Guido: «Offrire la propria sofferenza per diventare santi»

Eccellenza, come potremmo definire la malattia fisica in termini cristiani? O meglio: che significato ha?

«La malattia è la stessa da qualunque parte la si guardi, ma cambia molto l’aspetto soggettivo con cui la si può vivere e l’uso che se ne può fare. La cosa sorprendente del Figlio di Dio fatto uomo è che è venuto in questo mondo per salvare l’uomo e lo ha salvato morendo per tortura. Ciò significa che persino una cosa insensata e crudele come la tortura riesce ad acquisire un senso ed essere via di bene. Questo ci fa capire che anche la malattia può acquisire un significato profondo quando è vissuta con stile cristiano. Non potrò mai dimenticare quel missionario che rientrato a casa per una grave malattia dopo quarant’anni di missione in Africa mi disse: “Sono convinto di aver fatto di più per i miei fratelli africani in questo anno di malattia che in quaranta di missione in Africa”».

Che cosa può chiedere a Dio un malato?

«Consiglierei di chiedere ciò che Gesù ci ha insegnato: di diventare santo (santificando così il nome di Dio), di far venire il Suo regno, di fare la Sua volontà, di darci oggi il nostro pane quotidiano, di perdonare ai debitori, di chiedere l’aiuto nella prova e di liberarci dal male. Ma credo che la cosa più importante di tutte, prima ancora di chiedere, sia vivere la malattia in modo eucaristico. Dunque sia in senso di offerta amorosa sia, come dice San Paolo: “In ogni cosa rendete grazie” (1Ts 5, 18)».

In che modo è possibile offrire la propria sofferenza?

«Offrire la propria sofferenza è una cosa privo di senso fuori dall’orizzonte della fede. Per farlo bisogna avere uno sguardo di fede sulla realtà ovvero uno sguardo in cui “tutto coopera al bene per coloro che amano Dio” (Cfr Rm 8,28). Quindi si richiede che si ami Dio, che si abbia uno sguardo positivo di fede sulla realtà e si eserciti il sacerdozio battesimale facendo della malattia un’offerta».

Le è mai capitato di accompagnare cari ammalati? Come lo ha vissuto?

«Molte volte, a partire dai miei genitori e dai miei nonni. E poi anche con i fedeli per i quali ho esercitato il ministero presbiterale. Sono state esperienze straordinarie che mi hanno fatto capire in modo chiaro come la malattia e la morte sono un mistero che va ben al di là della nostra capacità di comprensione».

Ci può raccontare una di queste circostanze?

«Quando ero parroco di montagna diversi miei parrocchiani, pur abitando a Genova, erano molto fedeli nel venire a trovarmi tutte le settimane perché erano attaccati alla loro terra. Tra essi, un medico di origini molto umili, un uomo appassionato al proprio lavoro, con alle spalle un’esperienza scout che lo aveva lasciato in un limbo tra la Messa settimanale e il non fare mai la comunione. Ogni settimana veniva alla celebrazione prefestiva e diverse volte veniva a parlare con me. Il giorno in cui è andato in pensione, dopo aver fi21rmato il documento in ospedale, ha ritirato il referto di un esame che gli diagnosticava un cancro al pancreas, senza speranze di sopravvivenza. L’ho accompagnato nei mesi della malattia: ricordo che una delle ultime volte che sono andato a trovarlo mi parlò del catechismo della Chiesa Cattolica che gli avevo suggerito per affrontare alcuni dubbi e approfondire la fede, cosa di cui sentiva molto il bisogno. Mi disse: “Don Guido! Qui nel catechismo c’è veramente tutto: la ringrazio molto di avermelo fatto conoscere… vorrei poter far capire la ricchezza di questo testo a tutte le persone”. Lo diceva commosso con le lacrime agli occhi. Negli ultimi mesi si confessava e si comunicava, facendo un grande cammino interiore e morendo santamente con grande pace. Vedere quell’uomo, che aveva vissuto sempre con grande inquietudine, morire così in pace mi fece una forte impressione».

A cura di Carlotta Testa

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