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Se il bene scaturisce dall’amore, allora il male è la sua assenza?

Il #granellodisenape di Enzo Governale

Il bullismo è un problema sociale: è il sintomo di una società che separa anziché unire, che privilegia l’egoismo alla comunione. Per questo, solitamente, il bullo è una persona caratterizzata da aggressività e scarsa empatia, che cerca la cooperazione di altri che assistono e approvano anche tacitamente.

Ci sono diversi motivi per cui un ragazzo si trasforma in un bullo: fondamentali sono l’atteggiamento emotivo dei genitori e gli stili educativi adottati per crescere i propri figli, compreso l’uso del “potere” attraverso punizioni fisiche. La vittima, di contro, tende a chiudersi in atteggiamenti ansiosi e insicuri, e a produrre un’immagine negativa di sé, anche se molto spesso non corrisponde alla realtà. Questi sentimenti di insicurezza la portano, se attaccata, a reazioni di pianto e di chiusura emotiva. Inizia a delinearsi un elemento comune tra vittima e bullo: la scarsa consapevolezza delle proprie emozioni.

Purtroppo il mix esplosivo tra fragilità emotiva e continui attacchi possono condurre le vittime a farsi sopraffare così tanto da ricorrere al suicidio come estrema espressione di liberazione, come nella storia di Michele (nella foto qui sotto). Il bullismo è una piaga sociale perché si insinua nel nostro modo di pensare e di agire, silenziosamente. Ciò che sembra essere efficace, per contrastare il fenomeno, è la sensibilizzazione al linguaggio emotivo dei ragazzi insegnando loro a entrare in contatto con le proprie e altrui emozioni, educando all’empatia. Ma come si può fare?

Michele Ruffino, 17enne di Rivoli

Come in molti altri casi, letteralmente “grazie a Dio“, abbiamo già la soluzione: “Amerai il prossimo tuo come te stesso“. Sembrerebbe un modo per sviare la risposta, ma partirei da questa semplice regola per capire un possibile modus operandi. Intanto il soggetto della frase è inizialmente oggetto di questo “amare“: questo vuol dire che amare se stessi è il punto di partenza. Volersi bene, anzitutto, significa mettersi al centro, prendersi cura di se stessi, ma non solo: è anche quel combattimento spirituale che ci permette di non farci domare dalle nostre ferite, dai nostri istinti.
Per poter andare oltre e poter “amare gli altri” è molto importante che esista una comunità, nella quale però deve esserci un “senso di comunità” condiviso.

Una comunità, volersi bene e la cura del prossimo, aiuterebbero i giovani a riferire dei soprusi che loro stessi o altri subiscono: si formerebbe così una “cultura dei pari” che possa valorizzare la collaborazione e la condivisone. Infatti nel momento in cui un bullo non trova più l’approvazione del gruppo è portato a diminuire le sue angherie, perché ostacolate e rifiutate. Rinforzando il senso di coesione della comunità, favorendo il dialogo, l’ascolto, ma anche dando il buon esempio nelle relazioni tra adulti, si può frenare il bullismo.

In sostanza, questo “problema sociale” può essere affrontato in modo risolutivo solo se è la società a farsene carico: una società che valorizza il volersi bene (consapevolezza di sé), che abbia un “senso di comunità” (condivisione e comunione) volto al prendersi cura dell’altro (sostegno reciproco). Una società di questo tipo si basa sul comandamento dell’Amore: “Amerai il prossimo tuo come te stesso“. D’altra parte, “Non c’è altro comandamento più importante di questo“.

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