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Prof, l’abbiamo riconosciuta per strada e volevamo vederla dal vivo!

La voce della scuola

«Durante i lunghi mesi di lockdown i miei ragazzi hanno capito quanto è importante puntare sulla vita reale e non sugli incontri “virtuali” offerti dai social. Naturalmente questi strumenti sono essenziali per mantenere un contatto e continuare con la didattica e la socialità in periodi complessi come quelli che stiamo affrontando, ma incontrarsi dal vivo è un’emozione che non ha prezzo». Chiara Castellana (in foto qui sotto) ha 56 anni, insegna religione da quando ne ha 20 e ci aiuta a guardare al momento che stanno vivendo gli studenti delle superiori con uno sguardo diverso dallo sconforto senza appello che si legge sui mezzi di informazione. A chi pensa che tutti i giovani siano ossessionati da Instagram e basta, risponde così: «A giugno mi trovavo a passeggiare in Corso Roma: a un tratto mi sento chiamare. Mi giro e vedo un gruppo di miei studenti che nel frattempo mi avevano raggiunta. “Prof, abbiamo visto che era lei e volevamo vederla dal vivo”. Durante l’estate mi scrivevano: “Come è bello adesso che possiamo incontrarci di persona”. Se un concetto è stato acquisito, è proprio quello della bellezza delle relazioni reali».

Chiara, raccontaci di te. Dove insegni?
«Sono professoressa di religione all’Istituto Saluzzo-Plana di Alessandria, un polo umanistico molto vivace e aperto alle iniziative. Ho iniziato a insegnare quando avevo 20 anni, ho frequentato le magistrali proprio qui dove ora insegno, e ad Alessandria nel 1982 sono stata una delle prime a frequentare la facoltà teologica. Il mio mestiere mi riempie di gioia, devo ammetterlo».

Come vedi i tuoi alunni adesso, in questo momento storico?
«Ritornare a scuola con loro, anche se per un breve periodo, è stata un’emozione fortissima, il primo giorno avevamo tutti gli occhi lucidi. Finché è stato possibile, abbiamo cercato di mantenere il blocco classe compatto, perché per gli alunni la socialità è fondamentale. Certo, la paura ce l’abbiamo tutti, è un sentimento umano. Ma io sono terribilmente ottimista. I miei studenti mi dicono che sorrido sempre (ride). A loro rispondo: “Ragazzi va bene, siamo preoccupati. Manteniamo alta l’attenzione ma affrontiamo giorno per giorno il pezzo di strada che ci è affidato, facciamo la nostra parte e chiediamo al buon Dio di fare la sua”. Cadere nel panico non serve a nulla».

In questo momento con i tuoi studenti riesci a fare un percorso di crescita? Che “stratagemmi” metti in pratica per appassionarli alla lezione, pur non riuscendo a guardarli negli occhi dal vivo?
«Onestamente devo dire che stiamo lavorando bene e anche l’anno scorso abbiamo avuto le nostre belle ore di lezione online, pur con tutte le complessità del mezzo. Con i ragazzi del triennio è stato più semplice, perché venivamo da anni di relazioni concrete. Con il biennio è stato un po’ più complicato ma ci siamo riusciti comunque. Per tenere viva l’attenzione naturalmente non posso parlare io per un’ora. Provo quindi a stimolare il confronto e il loro intervento: poco fa ho concluso una lezione in cui parlavamo del dialogo interreligioso partendo dai fatti di cronaca che ci arrivano dalla Francia. Cerco anche di essere più legata alla concretezza e alle immagini iconografiche che possono aver visto in giro: per esempio, nei mesi scorsi abbiamo fatto una lezione partendo dalle foto di papa Francesco che pregava da solo in piazza San Pietro, e di Sergio Mattarella davanti all’Altare della Patria deserto».

Ci sono degli alunni con necessità speciali nella tua classe? Come fai a stare loro vicino in questo momento?
«Nel nostro istituto ci sono tantissimi ragazzi disabili: il Saluzzo-Plana ha una lunga tradizione di lavoro con loro. Io per tanti anni ho seguito il laboratorio teatrale e lì i ragazzi con disabilità trovavano uno spazio interessante in cui esprimersi. Qualche anno fa avevano anche frequentato un laboratorio di panetteria: mi ricordo ancora l’orgoglio nel portare a scuola i biscotti e il pane fatto da loro. In questo momento in cui la didattica a distanza è d’obbligo, sono collegati assieme ai loro insegnanti di sostegno. In alcuni casi gli insegnanti sono anche andati a casa per aiutare le famiglie a capire come organizzare la postazione per la Dad. Quando ancora la scuola era in presenza, avevamo in classe un ragazzo autistico: i suoi compagni lo andavano a prendere a casa a turno, lui li aspettava ed era felice. Era un buon aiuto anche sul piano dell’autonomia. In generale posso dire che la risposta a questi bisogni è efficace perché i referenti sul sostegno hanno esperienza di anni».

Dalla parte degli studenti

Chiara, secondo la tua esperienza di che cosa avrebbero bisogno davvero i tuoi alunni, da parte dei genitori?
«Partiamo dal presupposto che per i ragazzi questa situazione è davvero faticosa. Io mi rendo conto che in casa ho un marito che ho scelto e due figli che adoro, tutto sommato la convivenza forzata con loro risulta piacevole. I miei alunni invece sono in un’età che ha bisogno di mille incontri, per questo lo stare forzatamente a casa diventa più difficile. Quello che è importante per i ragazzi in questo momento (lo è sempre, ma ora più che mai) è avere dei genitori che abbiano voglia di interessarsi realmente a loro. Non solo per sapere cosa stanno facendo, ma per condividere quello che pensano. Sono molto contenta quando un mio alunno mi dice: “Ho parlato con i miei genitori di questo argomento” e mi riporta lo scambio di opinioni».

Come possiamo aiutare i genitori a entrare in dialogo con loro? Con gli adolescenti non è così banale…
«Non serve fare un terzo grado su tutti gli aspetti della loro vita, perché potrebbe risultare molto controproducente. Genitori, provate a condividere il percorso che il figlio sta facendo a scuola. In questi periodi di forzata permanenza a casa, i tempi dei pasti possono essere più lunghi, ed è uno spazio in cui ai ragazzi potrebbe far piacere parlare. Tenete conto che dopo cinque ore davanti al computer sono bolliti, quindi non “attaccate” subito: cercate di capire quando loro vogliono aprirsi. Non fatevi prendere dalla frenesia dei piatti da lavare, aspettate. Provate a uscire dal programma abituale, sintonizzatevi sulle loro richieste sottili. Per esempio, quando dicono: “Vabbè, non mi ascolti”, a voi potrebbe sembrare un’affermazione esagerata, ma in realtà nasconde altro. Non irritatevi, ma mettetevi in ascolto».

E tu ci riesci? Come stai accanto ai tuoi figli?
«Io ho due figli adolescenti, di 16 e 17 anni, un maschio e una femmina, sono impegnati in Azione Cattolica e Libera, e recitano in una compagnia teatrale. Parlando del periodo che stanno attraversando, mi dicono: “Questa situazione ci sta uccidendo, noi ragazzi abbiamo bisogno di vederci!”. Quello che vedo in loro, e anche nei miei alunni, è un certo risveglio delle coscienze: 15 anni fa osservavo ragazzi che “dormivano” molto, adesso invece riscontro più desiderio di impegnarsi. Ho appena finito una lezione con una quinta dove parlavo del valore dell’impegno nella Politica con la p maiuscola, e un alunno mi ha detto: “Io credo non tanto di mettermi in politica ma devo fare la mia parte, devo essere un buon cittadino!”. Con i miei figli cerco di supportare le loro passioni: per esempio recentemente mia figlia si è impegnata nell’incontro del Msac online (ne abbiamo parlato sul numero del 22 ottobre di Voce, ndr)».

Speciale a cura di Zelia Pastore

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