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Ricordando Igor Stravinskij

Risonanze

Il 6 aprile ricorreva il 50° anniversario della morte di uno dei più grandi compositori del secolo scorso: Igor Stravinskij, nato in Russia a Oranienbaum il 17 giugno 1882 e morto a New York il 6 aprile 1971. Il suo essere un tipico esempio di artista “russo” cosmopolita (naturalizzato francese nel 1934, poi divenuto statunitense nel 1945) e, soprattutto, l’indubbia originalità del suo genio creativo meritano di essere ricordati sotto molteplici aspetti, pur nella sinteticità di questa nostra rubrica.

Innanzitutto, la sua ricerca musicale viene sviluppata attraverso una grande competenza nel gestire ogni tipo di organico e di genere: dalla musica sinfonica, ai celeberrimi balletti russi (“L’uccello di fuoco”, “Petruška” e “La sagra della primavera”), dalla musica da camera ai brani per pianoforte, da quelli vocali alle opere, alla musica corale. Della sua vasta produzione si usa inoltre distinguere alcuni “periodi” tipici: il periodo “russo” (dai primi lavori ispirati e “dedicati” al proprio maestro Rimskij-Korsakov, ai citati Balletti russi, al “Piano Rag Time” del 1919), il periodo “neo-classico” (uno dei più fertili di Stravinskij, inaugurato dal balletto “Pulcinella” del 1920 ispirato da musiche di Pergolesi e perdurante fino al 1951) e l’ultimo periodo, quello di maggior vicinanza alla dodecafonia, seppure gestita con grande originalità ed eclettismo.

Siamo nell’Ottava di Pasqua e ciò mi induce a sottolineare da ultimo il rapporto tra Stravinskij e la fede. È indubbio che egli abbia attraversato dal 1910 una crisi spirituale che lo portò ad allontanarsi dalla fede cristiana (ortodossa) per poi ritornarvi, quando viveva in Francia, nel 1926: anno di composizione del “Pater Noster”, prima delle sue opere sacre (un catalogo non molto vasto ma con una rara immedesimazione spirituale). La sua conversione non è estranea all’amicizia con il filosofo J. Maritain e va ricordato pure il suo recarsi, sempre nel 1926, al Santuario di S. Antonio a Padova: esperienza che egli definì “il momento più reale della mia vita”.

Pur rimanendo legato all’Ortodossia Russa per non recidere tutte le radici che lo legavano alla terra natale, Stravinskij ammirava pure la prospettiva universalistica del Cattolicesimo e proprio al rito cattolico romano decise (senza alcuna commissione esterna) di dedicare la composizione di una “Messa” (ideata a partire dal 1925, elaborata nel successivo ventennio e pubblicata infine nel 1948). Scritta per coro misto ed ensemble di 10 strumenti a fiato e con alcune parti solistiche nel Gloria e nel Sanctus.

In questa Messa, come sottolinea anche L. Pompeo (www.quinteparallele.net/2018/05/fede-e-ragione-in-igor-stravinskij), “si infonde un intenso e profondo distacco dalle cose terrene in virtù d’uno slancio di fede umile e sincera, una fede vivificata non solo nel solco dell’Ortodossia, ma anche nelle proprie crisi di fede e, cosa non trascurabile, nel dialogo con la cristianità Cattolica. […] Sfogliando le conversazioni con R. Craft si incontra questa domanda posta a Stravinskij: «Bisogna essere credenti per comporre in questo modo?» «Certamente, e non semplicemente un credente nelle “figure simboliche”, ma nella Persona del Signore […] nei Miracoli della Chiesa».

Guido Astori

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