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«Non si può essere cristiani senza essere affezionati alla Madonna»

Speciale Madonna della Salve 2021

Don Michele Berchi, nato a Biella il 14 giugno del 1964, è rettore del Santuario di Oropa dal 2008. Entra in seminario nel 1983 a Roma. Nel 1990 viene ordinato sacerdote, incardinato nella diocesi di Biella, e viene nominato vice parroco della Parrocchia Nostra Signora di Oropa al Villaggio Lamarmora. Insegna religione alle scuole medie del quartiere stesso e in diverse scuole superiori di Biella. Nel 2000 si reca in Perù come missionario per insegnare teologia generale, teologia morale e dottrina sociale della Chiesa presso la nascente Università Cattolica Sedes Sapientiae della diocesi di Carabayllo a Lima, e nel contempo nominato co-parroco della parrocchia Santa Maria de la Reconciliacion.

Don Michele, lei dove incontra Maria?

«Fin da bambino, fin da quando ho la fede. Essendo nato e vissuto vicino al Santuario di Oropa, la mia fede è sempre stata determinata per me da un forte affetto e devozione nei confronti della Madonna. Quasi da non poter concepire la fede, se non dentro questo grande abbraccio di Maria, che nasce da una storia millenaria nel mio territorio. Questa domanda mi lascia un po’ spiazzato, rendendomi conto che non è così scontato, invece. Guardando la mia storia personale, anche come rettore del Santuario di Oropa, dico che sceglie un po’ la Madonna come e dove farsi incontrare. Sceglie Lei come intervenire ad accompagnare e sostenere la fede di ciascuno di noi, dei migliaia di pellegrini e fedeli di Oropa, ma in generale nella fede di ogni cristiano. Ognuno ha la propria storia, ognuno ha il proprio rapporto personale con la mamma di Gesù, ma non si può essere cristiani senza essere evidentemente affezionati e sostenuti dalla Madonna. Questo lo sappiamo, teologicamente, ma soprattutto nell’esperienza di ciascuno di noi. Come se Maria, come una Madre, ci guardasse, ci trattasse e scegliesse per ciascuno il tragitto e dove intercettare la nostra vita con Lei. Allora, possono essere dei momenti importanti della vita, per esempio per me tutta la maturazione della mia vocazione sacerdotale è venuta all’ombra della Madonna di Oropa e anche di Pier Giorgio Frassati, che era molto legato a Lei. Oppure nei momenti di difficoltà, legati alla morte di persone care o in momenti di pandemia, come quelli che viviamo oggi, in cui realmente sentiamo la necessità di una Madre. Sentiamo la necessità di quell’affidamento che, dalla Croce, Cristo ha fatto: noi a Lei e viceversa».

Lei come ha vissuto questa pandemia, com’è cambiata la sua fede?

«Il Santuario di Oropa si trova a 1.200 metri di quota, lontano 12 chilometri dalla città di Biella, disperso tra le montagne. Io, che vivo qua, nel primo periodo di lockdown pensavo di rimanere isolato, come un eremita, invece questo non è avvenuto. Né dal punto di vista delle comunicazioni, che grazie a Dio abbiamo sviluppato con internet e con tutte le modalità in streaming, ma anche dal punto di vista della fede e del Ministero, perché abbiamo visto fiorire un desiderio di rimanere in contatto con Oropa, con la Madonna e con il Santuario da parte di migliaia di persone, in un modo realmente inaspettato. Dal punto di vista personale, penso che questa sia un’occasione enorme, grandissima, perché non c’è nessuno di noi che non sia rimasto obbligato a farsi certe domande a cui, forse, prima sfuggiva. Se devo dire, personalmente, ma so di condividere questo cammino con tantissime persone, siamo stati messi in crisi dal fatto che molte delle cose che facevamo prima non si potevano più fare. E questo è come se ci avesse fatto riflettere sul valore di noi stessi: “Ma io sono le cose che faccio? Se non le posso più fare, chi sono io? Cosa valgo?”. E questa è stata una sfida alla nostra fede, in senso buono. Io ho dovuto pensare in cosa consiste la mia vita. Il valore mio è dato da quel che faccio o dal fatto che tu, Signore, mi hai scelto, mi hai voluto e mi hai addirittura chiamato a servirti in questo modo? Queste mi sembra sia la sfida più importante. Certamente, tutti ci auguriamo che passi presto questa pandemia, ma dire che questo sia stato tempo inutile, perso o vuoto non è corretto. Anzi, per me sicuramente è stato uno degli anni più intensi dal punto di vista umano, e quindi anche della mia fede, che mai avrei potuto immaginare».

Don Michele, al Santuario di Oropa avete un appuntamento importante il 29 agosto di quest’anno. Un appuntamento che era previsto per il 2020, ma che avete dovuto rimandare. Ce lo può raccontare brevemente?

«Sì, è un grande avvenimento che si ripete da 100 anni, dal 1620. Sono quegli eventi che, se va bene, un fedele vive una sola volta nella vita, e quindi hanno un’importanza generazionale. Si tratta di un gesto di affetto e di devozione verso la Madonna di Oropa, iniziato per la prima volta 1620, a furor di popolo, per incoronare l’immagine della Madonna e che poi è stato ripetuto con questa cadenza. Il 2020 era l’anno prefissato, è vero di fatto l’abbiamo rimandato, ma non è la lettura corretta da fare. È come se la Madonna ci avesse chiesto di prepararlo meglio, perché rispetto al cammino di fede che ciascuno di noi ha fatto quest’anno, penso che Lei sia stata fondamentale. Il gesto di incoronare la Madonna rischiava certamente di essere un po’ anacronistico. Perché re e regine non ci sono più, se non nelle favole, e il poco che ci rimane come cultura odierna, legato a questi gesti, a questi simboli, sono proprio quei valori che noi non vorremmo passare, il valore del lusso, della classe sociale, del potere, della ricchezza: esattamente il contrario di quello che la Madonna di Oropa trasmette. Quindi, se già prima c’era la difficoltà di rileggere dal punto di vista della fede con la regalità di Cristo della Madonna, quest’anno garantisco che non c’è stato bisogno di nessuna spiegazione teologica. Perché con migliaia e migliaia di fedeli, io per primo, abbiamo compreso dalla nostra esperienza il bisogno che avevamo di una speranza, di una mamma che fosse una madre, che ci desse speranza. A Biella, quando abbiamo acceso l’immagine della cupola del Santuario di Oropa di notte, durante il primo lockdown, c’è stata come una vibrazione di tutto il biellese, anche di chi non è credente. Come segno di una luce che marcasse il passo, che desse la speranza a tutti. Che la Madonna sia una regina, intesa come colei che viene incoronata da suo Figlio sulla Croce, e quindi che sia a servizio di tutti noi, come una Madre. Quindi andiamo verso questo 29 agosto, avendo avendo visto crescere in noi l’importanza di un gesto di questo genere. Come lo faremo? Non lo sappiamo ancora, perché di fatto tutto cambia e speriamo di poter essere un buon numero e in sicurezza. Ma anche chi non ci sarà fisicamente, parteciperà a questo evento. Faremo questo momento liturgico, con tanti gesti di preparazione, se si potrà, con musica e arte, ma anche un bellissimo percorso dei giovani della Pastorale Giovanile della diocesi di Biella. Dei giovani fantastici che hanno continuato a camminare insieme verso questo appuntamento, e che nell’ultima settimana si troveranno a viverlo, culminando poi il giorno dell’incoronazione con la loro presenza a Oropa. A questo si aggiungeranno anche due gesti belli e significativi. Il primo sarà proprio mettere la corona sul capo della Madonna, il secondo sarà poi posizionare un manto lunghissimo, di 25 metri, formato dalle 15 mila tesserine di stoffa, che i fedeli hanno inviato per un anno intero Oropa. Un pezzettino del proprio vestito, simbolico e importante per la propria vita, come se stessimo consegnando noi stessi alla Madonna, per essere protetti sotto il suo manto. Questo sarà un gesto importante che attendiamo tutti».

Andrea Antonuccio

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