«Quando frequentavo l’oratorio, non si parlava di omosessualità: era come se non esistesse»
I cattolici Lgtbq+ si sono ritrovati sabato 6 settembre 2025 durante il Giubileo della Speranza, iniziato il 25 dicembre 2024 (terminerà il 6 gennaio 2026). Una Messa nella Chiesa del Gesù, una veglia di preghiera e il pellegrinaggio per attraversare la Porta Santa della Basilica di San Pietro: un evento promosso dall’associazione “La Tenda di Gionata”, insieme ad altre realtà che curano questo tipo di pastorale, che ha riunito centinaia di fedeli provenienti da diversi Paesi, in un clima di preghiera, incontro e accoglienza. A presiedere la Messa, monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Cei.
Tra le tante storie che si sono intrecciate in quei giorni c’è quella di Fabrizio Natali (nel tondo), 37 anni, lombardo, con un passato tra i gesuiti e un presente fatto di ricerca interiore e di accompagnamento spirituale. Con lui abbiamo parlato della sua storia personale e dell’esperienza vissuta il 6 settembre.
Fabrizio, partiamo da te: chi sei, qual è stato il tuo percorso umano e di fede fino a oggi?
«Io sono Fabrizio, ho 37 anni, sono nato in provincia di Milano nel 1988. Dopo la laurea in fisioterapia ho lavorato per un anno e mezzo in un ospedale ortopedico. Poi, accompagnato dal sacerdote dell’oratorio, ho intrapreso un percorso vocazionale e ho conosciuto i gesuiti. La spiritualità ignaziana mi ha appassionato molto, tanto che nel 2012 sono entrato nel noviziato dei gesuiti. Ho fatto la formazione per cinque anni: tre a Genova, durante il noviziato, e poi due a Roma per studiare filosofia. Nel corso di quegli anni ho capito che non era la mia strada, così sono tornato a Milano e ho ripreso a fare il fisioterapista. Nel 2022 ho deciso di cambiare ambito, dedicandomi alla ricerca clinica: mi sono laureato in biostatistica e ora sto facendo un dottorato in Salute pubblica. Per quanto riguarda la fede, ho fatto il percorso classico di oratorio e, dalla terza superiore in poi, sono stato educatore. La svolta, però, è arrivata con la spiritualità ignaziana, che mi ha insegnato ad ascoltare la voce di Dio dentro di me. È ancora oggi il modo in cui vivo la mia relazione con Lui».
Come è nato il tuo impegno nella comunità cristiana Lgbtq+, e che cosa ti ha portato a viverlo in prima persona?
«Rispetto alla mia omosessualità, direi che ho fatto un percorso molto bello nei gesuiti, sia spirituale che psicologico. Ultimamente mi definisco una persona “queer”, nel senso che non riduco la mia identità solo all’orientamento sessuale: è un percorso di esplorazione e integrazione più ampio. Durante il periodo in cui ero nei gesuiti ho avuto la possibilità di parlarne liberamente. Non avevo mai avuto relazioni prima, ma ho espresso i miei dubbi sul mio orientamento e loro mi hanno accompagnato con grande serenità anche attraverso un percorso psicologico serio. Questa esperienza mi ha aiutato a integrare fede e orientamento sessuale senza sentirmi sbagliato. Tornato alla vita di tutti i giorni, ho mantenuto il desiderio di collaborare con i gesuiti nella pastorale degli esercizi spirituali e oggi accompagno gruppi nella loro crescita interiore. Per farlo ho contattato padre Pino Piva, che mi ha fatto conoscere i gruppi cristiani Lgbtq+, sia la rete nazionale “Progetto Cristiani Lgbtq+”, sia il gruppo milanese “Giovani del Guado”. È stato un incontro fondamentale: ho trovato amicizie autentiche, un ambiente dove poter condividere liberamente tutto, anche la propria identità. Credevo di essere già molto integrato, ma mi sono accorto che c’erano ancora passi da fare».
Guardando alla tua esperienza, credi che le difficoltà di integrazione per una persona Lgbtq+ nella Chiesa derivino più da un timore personale o da un reale atteggiamento di chiusura delle comunità?
«Credo che, nella società in generale, tutto ciò che si discosta dall’eteronormatività metta in difficoltà. Ciò che è etero e “standard” ha diritto di esistenza a priori, tutto il resto deve giustificarsi. Nel mio caso, uscito dai gesuiti, non avevo più paura di essere escluso, ma vivere da persona dichiarata è un’altra cosa: significa non doversi censurare, non avere tabù».
Com’è cambiato, secondo te, l’approccio della Chiesa al tema dell’omosessualità negli ultimi anni? Hai percepito dei segni concreti di apertura?
«Nella comunità cristiana la difficoltà è ancora più marcata. Quando frequentavo l’oratorio, semplicemente non si parlava di omosessualità: era come se non esistesse. Solo dopo l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, secondo me, si è iniziato a prendere più consapevolezza del fatto che anche all’interno delle comunità ci sono persone con orientamenti diversi. Oggi se ne parla di più, anche se la pastorale Lgbtq+ esiste da decenni. “Amoris Laetitia” ha avuto il merito di affidare molto al discernimento pastorale personale, aprendo la strada a un accompagnamento più concreto delle persone».
Arriviamo al 6 settembre a Roma: che cosa hai vissuto durante quei giorni e che significato ha avuto per te attraversare la Porta Santa?
«È stato l’ultimo atto di un weekend intenso, iniziato con una veglia alla Chiesa del Gesù e proseguito con la Messa presieduta da monsignor Savino, vicepresidente della Cei. Per me è stato emozionante rivedere tanti amici, pregare insieme e vivere un momento di vera comunione. La veglia nella chiesa del Gesù, la chiesa dei gesuiti, è stata particolarmente significativa: ho rivisto tanti gesuiti che avevo conosciuto durante la mia formazione e a cui sono molto legato, e nel frattempo ero lì con i tanti amici cristiani Lgbtq+. Pregavamo tutti insieme. Ho sentito una profonda coerenza con le diverse tappe della mia storia, percependo su di essa, dall’inizio alla fine, lo sguardo di Dio».
C’è un momento, un volto, una parola di quei giorni che porterai con te più di altri?
«Le parole di monsignor Francesco Savino mi hanno colpito molto, soprattutto quando ha parlato di giustizia riparativa (“Il Giubileo deve essere un tempo di giustizia riparativa”; “È l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata”). La cosa più bella, secondo me, è che non si è “parlato di” persone Lgbtq+: la Chiesa ha “pregato con” le persone Lgbtq+. È stato dato un volto, una storia, una carne a ciò che troppo spesso resta solo teoria o “problema” nei documenti ufficiali».
Dopo il vostro pellegrinaggio, alcune voci hanno criticato l’iniziativa, sostenendo che non sia coerente con la dottrina. Cosa risponderesti a chi vede la vita di coppia omosessuale come incompatibile con la fede cristiana?
«Beh, innanzitutto direi che i Comandamenti sono dieci, non uno solo. Spesso c’è una sorta di ossessione cattolica per il sesto comandamento, dimenticando tutto il resto: maldicenza, avidità, giudizio… A volte sembra che ci sia una vera e propria perversione nel concentrarsi solo sulla sessualità. Detto questo, se restiamo nella dottrina, il Catechismo parla dell’importanza di accompagnare le persone con tendenze omosessuali e riconosce il valore di un’amicizia disinteressata (nel box in basso il testo completo, ndr). Chi ci giudica non può sapere che tipo di relazioni viviamo. Inoltre, i percorsi di accompagnamento spirituale per persone Lgbtq+ oggi sono condotti da operatori pastorali formati, proprio nello spirito di “Amoris Laetitia”. Quindi chi giudica spesso parla senza conoscere».
Infine, cosa diresti oggi a chi nella Chiesa fa ancora fatica ad accogliere pienamente le persone Lgbtq+?
«Direi semplicemente: conoscetele. Finché ci si lascia dominare dalle proprie paure e dai pregiudizi, si dialoga solo con quelle, non con le persone vere. Serve coraggio per superare paure che derivano da un’educazione cattolica e sociale povera sul piano della sessualità e dell’affettività. Quando inizi a incontrare davvero le persone, a guardar loro in faccia, le paure e i giudizi svaniscono. È l’unica strada possibile».
A cura di Enzo Governale
Dal Catechismo della Chiesa cattolica: Castità e omosessualità
2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, [Cf Gen 19,1-29; Rm 1,24-27; 2357 1Cor 6,10; 1Tm 1,10 ] la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8]. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.
2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.
Da “ Lievito di pace e di speranza”
Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (25 ottobre 2025)
La cura delle relazioni: “Tutti, tutti, tutti”
30. […] Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: […]
c. che le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana;
d. che la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.);
e. che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali formino opportunamente gli operatori pastorali e si avvalgano di esperienze formative e prassi già in atto.
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
