La visita pastorale di papa Leone XIV a Lampedusa del 4 luglio
«Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti». Così papa Leone XIV ha aperto la visita pastorale a Lampedusa, durante la Santa Messa al campo sportivo “Arena”, in località Salina, sabato 4 luglio.
L’omelia del Pontefice parte con il ricordo del suo predecessore: «Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna. Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro».
GRAZIE, LAMPEDUSA
Poi Prevost ringrazia la popolazione di Lampedusa: «Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. […] Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico».
LIBERTÀ NEL FARSI PROSSIMO
«La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32). […] Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata. Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza. […] Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni!».
L’EUROPA HA UN POTENZIALE UNICO
«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto, come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace, l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado, in quest’area, di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa. Abbiamo qui, accanto all’altare, l’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso. Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra». Infine, papa Leone conclude con il saluto tipico dei lampedusani: «E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!”».
LA STORIA DI LEO
Davanti alla Porta d’Europa, il memoriale di Lampedusa che ricorda tutti gli sbarchi e i naufragi tra cui il suo nel 2016, il Santo Padre ha incontrato Leonardo Derek Montana, 11 anni, con un pallone in mano. È una storia vera e commovente, quella del ragazzo ghanese, giunto sulle coste lampedusane in una notte di giugno di 10 anni fa: «Caro Papa, sono super emozionato di incontrarti! Dieci anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa, ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me» racconta, in una lettera, il bimbo adottato da una famiglia lampedusana. «Il pallone è entrato nel mio cuore» ripete Leo ai media vaticani: «Sto continuando la mia carriera, sto giocando a calcio con i miei compagni, a scuola. Oggi al Papa ho voluto regalargli un pallone che rappresenta l’inizio della mia storia e ho voluto darglielo così che lo possa dare a un altro bambino e farlo felice».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
