Ne parliamo con Katia Veronese, presidente dell’associazione “Io arrivo prima”
Un aiuto concreto e quotidiano alle famiglie dei bambini nati prematuri: è questa la missione dell’associazione “Io arrivo prima”, realtà di volontariato che da anni affianca i genitori che si trovano ad affrontare il difficile percorso della Terapia Intensiva Neonatale. Attraverso un ascolto empatico, che passa dalla condivisione dell’esperienza vissuta, le volontarie dell’associazione accompagnano mamme e papà nei giorni più delicati, quando la paura rischia di prendere il sopravvento. A raccontarci la loro attività è Katia Veronese (nella foto di copertina), presidente e volontaria dell’associazione. La sua testimonianza si inserisce nel progetto dedicato alle associazioni che collaborano con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria, per dare voce a chi ogni giorno si prende cura delle persone non solo dal punto di vista sanitario, ma anche umano. Buona lettura!
Katia, chi entra in ospedale dove può trovare i volontari di Io Arrivo Prima?
«Fisicamente non ci troviamo all’interno dell’ospedale come associazione, quindi non abbiamo una postazione fissa. Arriviamo attraverso delle chiamate che possono essere fatte direttamente dalle persone interessate a parlare con noi, quindi dai genitori o dalla mamma, oppure direttamente dalla TIN, la Terapia Intensiva Neonatale. A seconda delle situazioni, la caposala può contattarci quando ci sono mamme che potrebbero avere bisogno di confrontarsi con noi e allora arriviamo. In alcuni periodi abbiamo organizzato anche una presenza settimanale in reparto: una volta una volontaria, una volta un’altra, in orari prestabiliti segnati su una lavagnetta all’interno della TIN, così che i genitori potessero sapere quando trovarci. Naturalmente ci adattiamo sempre ai tempi e alla disponibilità delle mamme: magari stanno facendo marsupioterapia oppure sono impegnate con il bambino, quindi attendiamo sempre il momento più adatto. Noi diciamo sempre che siamo “a chiamata”. In qualsiasi momento una mamma può telefonarci: facciamo consulenze telefoniche, ma anche incontri molto semplici, magari davanti a un caffè preso in un bar vicino all’ospedale. Abbiamo organizzato anche momenti specifici chiamati “incontri di latte”, dove le mamme potevano allattare serenamente e confrontarsi tra loro. Sono sempre stati appuntamenti molto apprezzati, perché mettevano le mamme a proprio agio».
Lo scopo principale della vostra associazione è quello di supportare le famiglie di neonati prematuri?
«La nostra attività è finalizzata proprio a dare supporto alle famiglie. Questo può avvenire con un contatto diretto in TIN, ma non solo. Organizziamo anche eventi per sensibilizzare le persone sul tema della prematurità. Durante l’anno proponiamo diverse attività anche al di fuori dell’ospedale. Ci si può mettere in contatto con noi telefonicamente, via mail o tramite messaggi: qualsiasi modalità può essere utile a una mamma che sente il bisogno di parlare con qualcuno che ha vissuto lo stesso percorso. Il nostro obiettivo è proprio quello di sensibilizzare sul parto prematuro e dire alle mamme: “Guardate che non siete sole”. Noi siamo mamme che hanno vissuto la TIN in prima persona, chi più chi meno tempo, e quindi riusciamo davvero a comprendere le paure che queste famiglie possono provare. La TIN è il reparto dove vengono ricoverati i bambini prematuri: ci sono prematuri molto gravi e prematuri meno gravi, ma tutte noi mamme abbiamo attraversato quel periodo e sappiamo cosa significa».
Ci racconti quando è nata la vostra associazione?
«L’associazione è nata nel 2013 dal desiderio di alcune mamme di portare un po’ di serenità ed empatia all’interno della TIN. Insieme a noi ci sono stati vicini neonatologi e fisioterapisti, che ci hanno incoraggiate a creare questa realtà, ma il bisogno nasceva soprattutto da noi mamme: sentivamo l’esigenza di incontrare qualcuno che avesse attraversato il nostro stesso tipo di esperienza. In un certo senso anche noi genitori diventiamo “prematuri”, perché non siamo pronti a vivere eventi di questo tipo: così ci siamo unite e abbiamo dato vita all’associazione. L’abbiamo chiamata “Io arrivo prima” proprio perché questi bambini nascono prima del tempo e insieme a loro, in qualche modo, vengono “ricoverati” anche i genitori. A seconda della situazione si può restare in TIN una settimana, un mese o anche diversi mesi, fino a quando il bambino non raggiunge tutti i parametri necessari per poter tornare a casa».
E adesso quante siete?
«All’inizio eravamo un bel gruppetto di mamme, tutte con esperienze e professionalità diverse. Ci sono assistenti sociali, fisioterapiste, persone che lavorano in ambito sanitario, ma anche semplicemente mamme che hanno vissuto questa esperienza. Con il passare degli anni, le priorità familiari cambiano: i bambini crescono e alcune volontarie hanno dovuto fare passi diversi nella loro vita. Oggi siamo rimaste in cinque a operare sul territorio alessandrino. Lavoriamo principalmente ad Alessandria, ma collaboriamo anche con gli ospedali di Casale Monferrato, Asti e Acqui Terme. Cerchiamo di essere vicine a tutte queste realtà».
C’è un motto della vostra associazione?
«Il nostro motto è: “Se nasci prima c’è una mano che ti è vicina”. È il nostro modo per dire alle mamme di non sentirsi sole, perché possono trovare qualcuno che ha attraversato le loro stesse difficoltà e capisce davvero quello che stanno vivendo».
C’è un corso da seguire per essere i vostri volontari? Chi può farne parte?
«Nel tempo gli statuti si sono modificati. Se all’inizio era necessario essere mamme di bambini prematuri, oggi non è più così. Tutte le persone che desiderano dare una mano possono contattarci telefonicamente, via mail oppure attraverso i social. L’associazione è aperta a chi sente il desiderio di avvicinarsi a questo mondo e di offrire il proprio aiuto».
La caratteristica per entrare in associazione è essere mamme o può entrare chiunque?
«Non necessariamente. Possono avvicinarsi anche giovani interessati a questo tema. A Casale Monferrato, per esempio, abbiamo creato “Un’impronta alla volta”, un progetto nato insieme ad altre associazioni di volontariato del territorio. Da quest’anno entriamo anche nelle scuole: quindi ragazzi e ragazze che stanno svolgendo percorsi di alternanza scuola-lavoro possono contattarci e conoscere da vicino il mondo del volontariato».
E all’interno di “Io arrivo prima” che cos’è che si può fare? Che attività proponete ai volontari?
«Prima di tutto attività di ascolto. Noi non curiamo i bambini e non facciamo diagnosi: il nostro ruolo è essere di supporto ai genitori, alle mamme e ai papà che hanno bisogno di confrontarsi con qualcuno che ha vissuto questa esperienza. I volontari ci aiutano anche durante i banchetti, nelle giornate di sensibilizzazione oppure quando consegniamo i doni ai reparti. Infatti la nostra associazione non lavora solo attraverso il contatto con le famiglie, ma porta avanti anche raccolte fondi, soprattutto grazie al 5×1000. Per noi il 5×1000 è fondamentale, perché ci permette di sostenere progetti molto importanti. In questi anni siamo riusciti a realizzare tantissime donazioni: dal rifacimento dei divani della Terapia Intensiva Neonatale alle poltrone per la marsupioterapia e la canguroterapia, fino alle culle termiche. Ringraziamo sempre tutte le persone che scelgono di sostenerci, anche perché sul nostro sito è possibile vedere in modo molto trasparente come vengono utilizzate le donazioni».
Katia, cosa spinge te personalmente a fare la volontaria?
«Il desiderio di fare volontariato è nato dalla voglia di portare più umanità all’interno della TIN. Io sono mamma di due gemelli nati prematuri gravi: sono stata catapultata in un reparto di cui non conoscevo neppure l’esistenza e vedere tutti quei bambini attaccati a fili e monitor è stato un impatto durissimo. Una figura fondamentale in questi percorsi è quella del papà, perché spesso è lui il primo a vedere i bambini e a riportare notizie alla mamma, che magari è ancora ricoverata in ginecologia e non ha ancora potuto né vedere né toccare i propri figli. Dopo tre mesi sono tornata a casa con i miei bambini e con tutte le loro fragilità: i miei gemelli erano nati a 26 settimane e c’erano tante difficoltà da affrontare. È lì che è nata in me la voglia di aiutare altre mamme. Nonostante anche noi avessimo i nostri bambini ricoverati, io e mio marito cercavamo sempre di stare vicino agli altri genitori, di tirare un po’ su il morale dentro alla Terapia Intensiva. Quando sono nati i miei figli, nel 2006, la TIN era molto diversa da oggi: si poteva entrare solo poche ore al giorno: anche questo aspetto mi ha fatto capire che si poteva fare qualcosa di più. Quando è nata l’associazione mi ci sono subito “fiondata”. Abbiamo lavorato tanto e nel 2019 siamo riusciti a raggiungere un traguardo importante: l’apertura della Terapia Intensiva 24 ore su 24. È stato possibile grazie all’aiuto di tante persone e delle associazioni con cui lavoriamo: noi infatti facciamo parte di una rete nazionale più grande che si chiama “Vivere”: in tutta Italia ci sono 41 associazioni che si occupano di bambini nati prematuri».
Di tutte le famiglie che hai supportato c’è un episodio in particolare che ci vuoi condividere?
«Dire che una storia mi ha colpito più delle altre sarebbe quasi una bugia, perché ogni famiglia porta con sé qualcosa di unico e speciale. Però ce n’è una recente che mi è rimasta particolarmente nel cuore. Una mamma di due gemelli prematuri mi telefonò dicendomi che non voleva affezionarsi ai suoi bambini. Io le chiesi il perché e lei mi rispose che aveva paura: temeva che, se fosse successo qualcosa, il dolore sarebbe stato troppo grande.Abbiamo parlato al telefono per ore. A un certo punto le dissi semplicemente: “I tuoi bambini che colpa ne hanno? Ti stanno aspettando, aspettano la tua voce, le tue mani, il tuo contatto. Vai da loro. E se poi ti innamori, fattene una ragione”. Le dissi che i bambini non aspettavano altro che conoscere la loro mamma e sentire quanto lei volesse loro bene. Dopo un po’ di tempo questa mamma mi ha ricontattata: oggi i bambini stanno bene, sono usciti dall’ospedale e lei continua ancora a ringraziarci. Si sono conosciuti, si sono “innamorati” e oggi sono una famiglia splendida. Colgo l’occasione per fare un appello ai lettori: vorremmo raccogliere le storie di mamme di figli prematuri, per poi farne eventualmente un libro. Scriveteci! Vorrei ricordare in chiusura due appuntamenti importanti per sensibilizzare sul tema prematurità. Il primo è la giornata mondiale della prematurità, il 17 novembre: tanti monumenti di tutto il mondo si illuminano di viola. Il secondo è la settimana dell’allattamento che va dal primo al sette ottobre, per ricordare alle donne l’importanza dell’allattamento al seno».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria


