Uno spazio solidale: il guardaroba della Caritas cambia “abito”. Ce lo racconta il direttore Giampaolo Mortara

«Non un semplice magazzino di vestiti usati, ma un luogo di incontro per le persone»

 

Giampaolo, il nuovo guardaroba della Caritas ha cambiato nome e ora si chiama “Spazio abito solidale”. Ce lo racconti?

«Sì, alcuni giorni fa abbiamo presentato alla comunità locale questo spazio, facendolo anche benedire. Si tratta di un servizio già attivo da tempo, che però oggi si presenta in una veste completamente rinnovata. Dopo più di vent’anni abbiamo sentito l’esigenza di rivederlo, approfittando anche dell’opportunità e del sostegno della Fondazione Social. L’idea di fondo era quella di ripensare e ricostruire il vecchio guardaroba della Caritas in un’ottica diversa. Più solidale».

Che cosa è cambiato?

«Non è più un semplice magazzino in cui si ritirano, si sistemano e si ridistribuiscono gli abiti. Abbiamo voluto stravolgere questo concetto portando l’idea del negozio e dell’esposizione della merce, perché vogliamo che sia soprattutto un luogo di incontro per le persone. Il servizio non deve limitarsi alla mera consegna di un bene materiale, ma deve offrire anche momenti di ascolto e la possibilità per le persone di scegliere un capo, come si fa normalmente. Al tempo stesso, cerchiamo di proporre un modo diverso di relazionarci con il donatore».

Vediamo se ho capito bene. Prima la logica era: “Abbiamo dei vestiti, vieni e prendili”. Oggi, invece?

«Prima raccoglievamo i vestiti che la gente ci portava, li mettevamo in un magazzino, poi li selezionavamo e li presentavamo a chi veniva a chiedere. Adesso abbiamo cambiato prospettiva. Grazie anche all’aiuto del Csvaa, Centro servizi per il volontariato di Alessandria e Asti, abbiamo avviato una campagna di comunicazione estesa a tutto il territorio, alle comunità e alle parrocchie. Il concetto chiave è la cura del dono da parte dei donatori. Ciò che si raccoglie non deve essere visto come un “abito dismesso”, ma come qualcosa di diverso: un capo che magari tu non usi più ma che è ancora bello, integro e che decidi di donare con il cuore, proprio come faresti con un amico».

Quindi non si segue più la logica del cassonetto o dello svuota-armadi?

«Esatto, l’obiettivo è proprio superare l’idea dello “svuota-armadi” e diffondere questo nuovo pensiero nella comunità. Abbiamo invitato i donatori a portarci gli abiti nei giorni prestabiliti e abbiamo pianificato una campagna informativa, sia cartacea sia sui social, per spiegare come donare, che cosa serve e dove recarsi. L’obiettivo è responsabilizzare il donatore, affinché chi riceve l’abito capisca che non si tratta di un semplice scarto, ma di un gesto di condivisione e di affetto nei suoi riguardi».

Concretamente, rispetto a prima, che cosa cambia?

«Cambiano molte cose, a partire dalla cura nell’allestimento degli spazi. Lo Spazio abito solidale non somiglia più a un magazzino, ma a una sorta di showroom in cui gli indumenti sono esposti in ordine per taglia, tipologia e genere. È stato allestito anche un camerino per dare la possibilità di provare i capi. Oltre all’abbigliamento, c’è un angolo dedicato al materiale per la casa, come lenzuola e federe. Insomma: ora è un luogo accogliente dove le persone possono muoversi liberamente, guardare e scegliere».

Come funziona il servizio? Vengo quando voglio, entro e porto via?

«Il servizio funziona su appuntamento, rilasciato tramite il Centro di Ascolto, così le persone non hanno fretta e possono girare per lo spazio accompagnate dai volontari. Una volta scelti i capi, si passa da una “cassa” simbolica dove, senza scambio di denaro, viene registrato il capo. Al momento non abbiamo una vera e propria tessera come per l’Emporio della solidarietà (altra opera della Caritas, ndr), ma vedremo più avanti. Ora vogliamo ricreare una situazione che si avvicini il più possibile alla normalità della vita quotidiana».

Deve essere un lavoro enorme.

«Sì, è un grande lavoro di squadra che si regge esclusivamente sul volontariato. I volontari si fanno carico di una fatica notevole: ricevono gli abiti, li stoccano, li selezionano, allestiscono lo showroom e poi accolgono e accompagnano le persone nella scelta, come dei commessi-amici. La vera novità sta proprio qui: utilizzare quel momento per creare relazioni, amicizia e ascolto. Spesso, instaurando un rapporto di fiducia, le persone si aprono e raccontano le loro fragilità e i loro problemi».

Un bel cambiamento, rispetto al guardaroba di una volta…

«La vecchia struttura aveva bisogno di rinnovarsi. Dovevamo metterci al passo con i tempi, anche perché oggi questo servizio non è richiesto solo da chi vive in condizioni di povertà estrema, ma anche da molte famiglie della cosiddetta “fascia grigia” (l’ex classe media, per così dire) che trovano in questo aiuto un sostegno concreto per il budget familiare».

Io, come donatore, che cosa posso fare?

«I donatori possono venire il mercoledì e il sabato dalle 9.00 alle 11.00. Chiediamo la cortesia di portare abiti della stagione in corso: in questo modo possiamo esporli subito senza intasare il magazzino. Se ci portano un cappotto a maggio, dobbiamo tenerlo fermo fino a novembre; se invece ce lo portano in autunno, va subito a chi ne ha bisogno. Invitiamo i donatori anche a visitare questo spazio, anche per rendersi conto del lavoro che c’è dietro. Chiediamo di non “scaricare al volo” i sacchi per la fretta, ma di partecipare attivamente a questo circuito di solidarietà».

Prima abbiamo citato l’Emporio della solidarietà, un progetto partito già da qualche tempo. Come sta andando?

«L’Emporio sta andando molto bene, è frequentato da circa 200 famiglie ogni anno. È un servizio utilissimo perché, oltre a dare un aiuto concreto, crea comunità. Come un piccolo market, non offre solo generi alimentari ma tutto il necessario per la casa e l’igiene personale. Anche qui il valore aggiunto sono i volontari, sono circa una ventina, che coprono tutti i pomeriggi della settimana, dal lunedì al venerdì. Si è attivato un bellissimo circolo virtuoso che coinvolge parrocchie, scuole, realtà locali e singoli cittadini che promuovono collette e iniziative per rifornire l’Emporio. Riceviamo derrate dalla Fondazione Banco Alimentare ed esuberi dai grandi supermercati, ma il valore più significativo resta la donazione spontanea dei gruppi che si mettono insieme per dare una mano. Anche i ragazzi che fanno esperienze di volontariato estivo si stanno inserendo in questo meccanismo».

Un’ultima battuta sui volontari. Spesso ci hai detto nella varie interviste su Voce che questo è un punto cruciale per voi: educare alla carità ed essere un punto di riferimento per chi vuole mettersi in gioco. Mi dicevi che i numeri sono in crescita: sta succedendo qualcosa di interessante?

«Credo proprio di sì. Si stanno avvicinando molte persone nuove, a volte anche solo per curiosità. Provano una o due volte e poi decidono di rimanere. Per quanto riguarda le fasce d’età, l’esperienza con i giovani è molto bella ma spesso legata a progetti specifici, come i percorsi scolastici o le attività estive. Invece chi ha qualche anno in più, magari vicino all’età della pensione, si avvicina con l’idea di donare stabilmente un po’ del proprio tempo, anche solo un paio d’ore alla settimana. E questo ci fa molto piacere».

Andrea Antonuccio

Check Also

Da che parte è girata la tua testa?

Dante, i social network e il problema della direzione del nostro sguardo Partiamo da un …

Sahifa Theme License is not validated, Go to the theme options page to validate the license, You need a single license for each domain name.