Da che parte è girata la tua testa?

Dante, i social network e il problema
della direzione del nostro sguardo

Partiamo da un fatto: la realtà ci affascina. Non è un’opinione, è una struttura dell’essere umano. Dante Alighieri lo aveva intuito con straordinaria lucidità e lo racconta nel Purgatorio, quando descrive l’anima umana come una bambina che esce dalle mani di Dio “piangendo e ridendo”, naturalmente attratta da tutto ciò che la colpisce e la richiama a sé: “L’anima semplicetta che sa nulla […] volontier torna a ciò che la trastulla” (Purgatorio XVI, 88-90). Da questa intuizione prende avvio questo appuntamento con la rubrica del professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, che ci sta accompagnando da diverse puntate in un percorso tra le grandi domande educative del presente alla luce della Divina Commedia.

Dopo aver riflettuto sul bisogno di una guida capace di accompagnare i ragazzi nella loro “selva oscura”, questa volta lo sguardo si sposta sul desiderio: quella forza che ci porta continuamente verso ciò che promette felicità, bellezza, riconoscimento. Per Dante l’uomo è fatto così: “né creator né creatura mai fu sanza amore” (Purgatorio XVII, 91). L’amore, il desiderio, non sono un difetto da correggere, ma la struttura stessa del cuore umano. Oggi questo desiderio si confronta con una realtà nuova: quella degli algoritmi, dei social network, delle notifiche continue. Basta guardare uno smartphone per accorgersene: il feed di Instagram o TikTok è costruito proprio per attirare continuamente il nostro sguardo, attraverso una sequenza infinita di immagini, storie e contenuti che promettono qualcosa.  Dante avrebbe capito subito. Avrebbe detto: «Certo che funziona!». Funziona perché siamo fatti per essere affascinati dalla realtà. L’algoritmo sfrutta una struttura che è buona, il desiderio, e la mette al servizio di qualcos’altro. Ma di cosa, esattamente?

Il ciclo della dopamina e il 

“falso piacere” di Dante

La neuroscienza lo conferma con una chiarezza che fa impressione. Ogni scroll, ogni notifica, ogni like rilascia una piccola dose di dopamina, il neurotrasmettitore della ricompensa, lo stesso che si attiva con la nicotina, con l’alcol, con il gioco d’azzardo. Anna Lembke, psichiatra di Stanford, lo dice senza giri di parole: «Lo smartphone è la siringa ipodermica moderna: inietta dopamina digitale». E il meccanismo è identico a quello di qualsiasi dipendenza: il cervello si abitua, chiede dosi più alte, e quando smetti di scrollare precipita in un deficit di dopamina che somiglia alla depressione. Non ti senti bene dopo un’ora di reel? Normale: è lo stesso “down” di qualsiasi sostanza.

Ma c’è un dettaglio ancora più inquietante. Le piattaforme usano quello che gli psicologi chiamano “rinforzo variabile”: non sai mai quando arriverà la prossima ricompensa. Un like, un commento, un video divertente: forse al prossimo scroll, forse tra dieci. È lo stesso principio delle slot machine. Il cervello resta in uno stato di attesa continua, di desiderio senza oggetto preciso. Cerchi qualcosa, non sai cosa, e intanto il dito continua a muoversi. Dante non conosceva la dopamina. Ma ne conosceva il meccanismo. Lo chiama “falso piacere” le cose che promettono e non mantengono. E lo descrive con un’immagine che, una volta vista, non si dimentica più.

Lo scaffale e il sedere

Qui entra in scena un canto dell’Inferno che non si studia quasi mai a scuola, ma che dovrebbe essere appeso in ogni classe: il ventesimo. Siamo nell’ottavo cerchio, nella quarta bolgia. Dante si affaccia e vede una processione silenziosa. Gente che cammina piangendo, lentamente, come in una litania. Fin qui, niente di nuovo: l’Inferno è pieno di gente che piange. Ma quando guarda meglio, Dante scopre qualcosa che gli fa venire le lacrime: “Come ’l viso mi scese in lor più basso, / mirabilmente apparve esser travolto / ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso”. (Inferno XX, 10-12)

“Mirabilmente”, dice. Non nel senso di “meravigliosamente” ma nel senso di “in modo da far orrore”. Ogni dannato ha il volto completamente girato all’indietro. La faccia guarda verso la schiena. Camminano in avanti, ma vedono solo dietro. E Dante non si ferma. Aggiunge un dettaglio che è tra le immagini più grottescamente potenti di tutta la Commedia: “Quando la nostra imagine di presso / vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi / le natiche bagnava per lo fesso”. (Inferno XX, 22-24) Le lacrime, che normalmente scorrono sul viso, qui scorrono lungo la schiena e bagnano il sedere. L’uomo creato a immagine di Dio, “la nostra imagine”, dice Dante, non “la loro”: la nostra, è talmente stravolta che il suo pianto finisce dove non dovrebbe.

Chi sono questi dannati? Gli indovini. Maghi, astrologi, fattucchiere. Gente che ha preteso di vedere il futuro, di “guardare troppo avanti”, come spiega Virgilio con una formula che è la più esplicita di tutto l’Inferno: “Perché volle veder troppo davante, / di retro guarda e fa retroso calle”. (Inferno XX, 38-39). Hanno voluto vedere troppo avanti. Ora guardano indietro. Per sempre.

Il paradosso dello scrollare

Adesso facciamo un esperimento mentale. Un ragazzo è seduto in classe. Il corpo è sulla sedia. Gli occhi sono aperti. Ma la testa, quella vera, quella che Dante chiamerebbe l’anima, è da tutt’altra parte. È su TikTok, su Instagram, su un feed che gli promette di “vedere avanti”: cosa succede, chi ha fatto cosa, qual è la prossima tendenza, quale la prossima polemica. Il feed promette visione. Come le arti divinatorie. “Guarda qui, saprai tutto.” E cosa vede in realtà quel ragazzo? Vede uno schermo. Che è l’equivalente moderno del guardarsi il sedere.

Non sto esagerando. Pensateci: gli indovini pretendevano di controllare il futuro e finivano per non vedere nemmeno dove stavano andando. Chi scrolla il feed pretende di “stare al passo” con la realtà e finisce per perdersi la realtà che ha davanti: la persona seduta accanto, la lezione in corso, il cielo fuori dalla finestra, il volto di chi gli vuole bene. Il Rapporto Censis di qualche anno fa, un istituto laico, non un predicatore, ha diagnosticato la malattia del nostro tempo: “Nessuno desidera più nulla”. La morte del desiderio. E Dante, settecento anni prima, aveva già descritto come succede: prendi un desiderio che è fatto per l’infinito e lo infili dentro un imbuto sempre più stretto. Dal desiderio ampio, alla curiosità compulsiva, al dito che scrolla senza sapere cosa cerca.  Il feed è l’imbuto del desiderio. Parte largo: “Voglio sapere, voglio vedere, voglio capire”, e finisce strettissimo: “Non so più cosa sto guardando, ma non riesco a smettere”.

La domanda di Dante

Virgilio, dopo aver mostrato a Dante gli indovini, lo rimprovera con una durezza insolita: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi? / Qui vive la pietà quand’è ben morta”. (Inferno XX, 27-28) Sembra crudele. Ma il punto è chirurgico: non avere pietà di chi ha scelto di guardare nella direzione sbagliata. Abbi pietà di te stesso: assicurati di non fare lo stesso. E allora la domanda che Dante pone ai lettori de La Voce (a noi adulti, non ai ragazzi, ché i ragazzi hanno le loro scuse, noi no) non è la solita domanda da talk show: “I social fanno bene o male?”. La domanda di Dante è un’altra. È più semplice e più radicale. “Da che parte è girata la tua testa?”. Stai guardando la realtà, ovvero tua moglie, tuo figlio, il collega, il cielo, il pane sulla tavola, o stai guardando un surrogato? Stai vedendo dove vai o ti stai guardando le natiche? Perché la realtà affascina. Questo è vero. È vero oggi come ai tempi di Dante. L’anima semplicetta torna “a ciò che la trastulla”: è la sua natura. Il problema non è il fascino. Il problema è la direzione. Viene in mente un altro angolo dell’Inferno, uno dei più inquietanti. Nella Tolomea, il fondo del pozzo dei traditori, Dante incontra Frate Alberigo, che gli rivela un meccanismo terribile: certe anime precipitano all’inferno prima che il corpo muoia. Il corpo resta sulla terra (“mangia e bee e dorme e veste panni”, dice Dante) ma la persona non c’è più. Un diavolo ne governa la carcassa. Teologia a parte, l’immagine è di una modernità che fa paura. Corpo qui, anima altrove. Mangi, bevi, dormi, ti vesti, vai a scuola, vai al lavoro, e intanto la parte più vera di te, quella che desidera, che si domanda, che ama, è da tutt’altra parte. Infilata in uno schermo. Non nella Tolomea di Dante, ma in quella di Instagram. Che poi, a pensarci, funziona allo stesso modo: il corpo è seduto a tavola con la famiglia, e l’anima scrolla. Simone Weil scriveva che l’attenzione è “lasciarsi dire dalla realtà cosa è, invece di proiettare”. L’opposto esatto della divinazione e dello scrolling. L’indovino proietta sul futuro i suoi desideri. Lo scroller proietta sullo schermo la sua sete. Nessuno dei due sta guardando ciò che ha davanti.

Girarsi dalla parte giusta

Ma Dante non è un moralista. Non dice “spegnete il telefono” (quello lo dico io in classe, e non funziona). Dante dice qualcosa di più profondo: il problema della vita è la direzione dello sguardo. Per 99 canti della Commedia qualcuno dice a Dante dove guardare: “Guarda lì”, “Non guardare là”, “Voltati di qua”. Prima Virgilio, poi Beatrice, poi San Bernardo. E solo nell’ultimo canto, il centesimo, Dante sta già guardando Dio prima che qualcuno glielo dica. Il viaggio è compiuto: ha imparato a orientare lo sguardo da solo. 

Ecco cosa serve. Non un divieto. Una compagnia che ti insegni dove guardare. Qualcuno che ogni tanto ti dica, come Virgilio a Dante: “Drizza la testa, drizza, e vedi” (Inferno XX, 31). Drizza la testa, girala dalla parte giusta.
E guarda.

PER FARE UN CAMMINO INSIEME: QUI TUTTE LE PUNTATE

Dante e il paradosso della vocazione – puntata 1

Dove trovo Virgilio? – puntata 2

Le regole del gioco – puntata 3

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