Chiediamolo a Dante – Il tempo ritrovato

Dante e la domanda che viene…
dopo aver posato il telefono

Nella scorsa puntata vi abbiamo chiesto di drizzare la testa. Di girarla dalla parte giusta. Di smettere di guardarvi le terga con lo scrolling infinito di Inferno XX. Mettiamo che qualcuno ci abbia preso sul serio. Mettiamo che abbia recuperato due ore al giorno. Una dozzina a settimana, una bella fetta di vita, restituita. E adesso? In questa nuova puntata della rubrica del professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, che ci sta accompagnando da diverse puntate in un percorso tra le grandi domande educative del presente alla luce della Divina Commedia, ci aiuta a capire cosa possiamo fare di buono e utile con questo tempo ritrovato, sia noi che i nostri ragazzi.

Brunori Sas, in una canzone del 2017 che si chiama “La verità”, dice una cosa che mi pare l’anima semplicetta di Marco Lombardo tradotta in indie pop: “Parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante”. E poi rincara la dose: “Non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più”. È esattamente la condizione di chi ha liberato un pezzo di tempo dai social e adesso ha paura di cosa farne davvero. Meglio tornarci, no? Meglio rifugiarsi in qualche piccola consolazione che non promette niente: almeno è familiare. Dante questa paura la conosce benissimo. E ha qualcosa da dirci.

Il prurito di non perdere tempo

Inferno XI. Dante e Virgilio si affacciano sull’ottavo cerchio e sono costretti a fermarsi: dal pozzo sale un tanfo insopportabile e l’olfatto deve abituarsi prima di poter scendere. Cinque minuti di pausa forzata. Anche lì, in mezzo alla peggio dell’Inferno, Dante dice una cosa che pare uscita dalla bocca di un ragioniere alessandrino col cronometro: «Alcun compenso trova / che ‘l tempo non passi perduto». (Inferno XI, 13-14) Trova qualcosa, maestro: non perdiamo tempo. E Virgilio risponde: «Vedi ch’a ciò penso». Ci stavo già pensando. È una scena familiare: due viandanti in pausa che non riescono a stare con le mani in mano. Riempiono i cinque minuti con una lezione sulla struttura morale dell’Inferno. 

Non è solo della redazione de La Voce o del Macrobio, dunque, il prurito di non sprecare neanche un istante. È umano. Ed è giusto. Ma la stessa Commedia, poco dopo, ci avverte che il prurito può anche prendere una piega buffa. Purgatorio II: le anime appena sbarcate alla spiaggia si fermano incantate ad ascoltare Casella che canta. Una pausa dolce, persino bella. Solo che arriva Catone come una doccia gelata: «Che è ciò, spiriti lenti? / qual negligenza, quale stare è questo? / Correte al monte». Pochi secondi dopo Virgilio diventa rosso come un peperone. Lui, Virgilio, la “ragione” della Commedia, si vergogna come un ragazzino sgridato. E Dante commenta con due dei versi più alti del Purgatorio: «O dignitosa coscïenza e netta, / come t’è picciol fallo amaro morso!». (Purgatorio III, 8-9) Tradotto: che animo grande deve avere uno, per sentirsi una nullità per una stupidata. È il rovescio esatto della cornice precedente. C’è il prurito di non perder tempo (Inf XI) e c’è la febbre di averlo perso anche solo per tre minuti di canzone (Purg III). 

Il tempo, per Dante, è una cosa serissima.

OK, e adesso che ci faccio?

A questo punto, buon cattolico medio, anno 2026, la risposta sembra ovvia. Hai recuperato due ore? Vai a Messa tutti i giorni. Recita il rosario. Apri il breviario. Iscriviti a un terz’ordine. Riempi. Cose buone, giuste e sante, sia chiaro. Anch’io ne pratico parecchie. Ma se vi fermate qui, avete invertito la polarità del Vangelo. Avete trasformato la grazia in un compito a casa. E, soprattutto, avete dato a Dante una risposta che Dante non darebbe mai. Perché Dante, per cento canti, fa esattamente l’opposto: non riempie il tempo di pratiche. Si lascia attrarre.

I piccoli beni non sono mali.
Sono piccoli.

Torniamo a Marco Lombardo, in Purgatorio XVI. È lì che Dante mette in bocca a un suo personaggio una delle più belle descrizioni dell’amore umano mai scritte. L’anima esce dalle mani di Dio “a guisa di fanciulla / che piangendo e ridendo pargoleggia”: una bambina semplicetta, che non sa nulla salvo che, mossa dal lieto Fattore, torna volentieri a tutto ciò che la trastulla. E poi, dice Marco, succede esattamente quel che succede a noi: «Di picciol bene in pria sente sapore; / quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, / se guida o fren non torce suo amore». (Purgatorio XVI, 91-93). 

Ecco: i reel sulle ricette degli agnolotti ai ricci di mare, i tutorial su come si pettinano correttamente le bambole di porcellana, il video del gattino di turno: non sono mali. Sono piccoli beni veri. Vere fettine di realtà che ci affascinano, perché siamo fatti per essere affascinati. 

Il problema non è che siano cattivi: il problema è che, sommati uno sopra l’altro per due ore di seguito, non fanno il sommo piacere. Non si arriva a Dio per somma matematica di piccoli piaceri. Non si placa la sete di un mare bevendo trecento gocce di rugiada. 

Il tempo recuperato dai social, allora, non va riempito di altri piccoli beni travestiti da grandi. Non va riempito e basta. Va consegnato a qualcosa che sia davvero della taglia del nostro desiderio.  E qui, ammettiamolo, viene il difficile. Ci stiamo molto più comodi, dentro ai piccoli piaceri. Ci sentiamo padroni. Ci illudiamo che la sommatoria salderà il conto. Brunori l’ha detto meglio: vorremmo scalare la montagna, e ci fermiamo al ristorante.

Non per sforzo: per attrazione

E qui Dante rovescia ogni catechismo da quattro soldi. In tutto il Paradiso non sale per uno sforzo di volontà. Sale guardando Beatrice. Naufraga letteralmente nei suoi occhi, e l’attrazione di quegli occhi lo solleva di cielo in cielo, fino a Dio. È il “metodo” più potente della Commedia: non fare, ma guardare chi guarda. Non riempirsi di pratiche, ma lasciarsi tirare da una bellezza. 

Leopardi l’aveva intuito. Nell’epistola Al Conte Carlo Pepoli descrive l’uomo annoiato che nemmeno «lo sguardo tenero, tremante, / di due nere pupille, il caro sguardo, / la più degna del ciel cosa mortale» riesce a smuovere. Eppure è proprio Leopardi, in mezzo a tutto il suo “pessimismo”, a confessarci che lo sguardo di un volto umano è “la più degna del ciel cosa mortale”. Cosa più alta, sotto al cielo, di un paio di occhi che ti guardano non c’è. 

E sarà sempre lui, in altro luogo, a scrivere che “naufragar m’è dolce in questo mare”: la stessa parola, naufragare, che usano i mistici per dire l’amore di Dio. Dante compie ciò che Leopardi solo intuisce. Lo sguardo di Beatrice non è un palliativo: è la porta. Tu non sali “facendoti forza”. Sali lasciandoti tirare.

La Grazia ha un volto

Pensateci. Per centinaia di terzine del Purgatorio sfilano peccatori salvati per il rotto della cuffia. Manfredi, scomunicato, ferito a morte in battaglia, che si pente all’ultimo respiro: «Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei». (Purgatorio III, 121-123). 

Il buon ladrone Disma, accolto in Paradiso senza un solo “atto di carità” da catechismo. Bonconte da Montefeltro, salvato per “una lagrimetta”. È un’antologia di misericordia che precede e travolge il merito. Qui non c’è nessun premio per ore di breviario. C’è una bontà infinita con braccia grandissime che afferra chiunque si rivolga a lei. 

Ma allora la Grazia è una cosa astratta? Una “illuminazione interiore”? Una “buona disposizione della mente”? No. Ed è qui il regalo che Dante ci fa proprio nell’ultima terzina del poema. 

Paradiso XXXIII. Dante, dopo aver attraversato l’universo, fissa il cuore della Trinità. Vede tre cerchi. E al centro del secondo, dove meno se lo aspetta, vede un volto umano: «mi parve pinta de la nostra effige; / per che ‘l mio viso in lei tutto era messo».  (Paradiso XXXIII, 131-132). La nostra effigie. Non “la loro”: la nostra. Dentro al cuore di Dio c’è il mio volto. C’è il tuo. Quel volto si chiama Cristo, certo, ma è “nostra effige”, la nostra carne, il nostro respiro. La Grazia non è un’astrazione, non è una “energia spirituale”, non è il “fluire del mindfulness”: è un volto che mi è stato donato. E se la Grazia ha un volto, ha anche delle mani, una voce, una compagnia umana attraverso cui passa. Per Dante è Beatrice. Per ciascuno di noi sono mia moglie, i miei figli, mia madre, l’amico vero, la comunità in cui mi gioco la fede. 

Sono i volti che ho intorno e che vedo davvero solo quando smetto di guardare lo schermo.

Il tempo ritrovato

Torniamo al punto. Hai recuperato due ore. Sei. Otto. Non riempirle di altri piccoli beni travestiti. Non buttarle dentro pratiche fatte per sentirti in pace con la coscienza. Non fare il pari del peggior catechismo: “Io faccio, quindi Dio mi ricompensa”. Dante non l’ha mai detto. 

Dante ha detto: guarda chi ti guarda. Lasciati attrarre dal volto che ti è stato dato. Cammina verso qualcuno. 

Il tempo ritrovato di Proust era memoria che bussava alla porta. Il tempo ritrovato di Dante è qualcosa di più semplice e più radicale: è il tempo in cui, finalmente, alzi gli occhi dal telefono e guardi tua moglie che ti parla, tuo figlio che è cresciuto senza che tu te ne accorgessi, l’amico che ti aspetta, il pane sulla tavola. 

Quel volto è – diceva Leopardi – “la più degna del ciel cosa mortale”. È, dice Dante, nostra effige dentro a Dio. Drizzare la testa, dunque, era solo il primo passo. Drizzarla per vedere chi: questo è il secondo. Ed è questo, in fondo, ciò che la Commedia ha sempre raccontato.

PER FARE UN CAMMINO INSIEME: QUI TUTTE LE PUNTATE

Dante e il paradosso della vocazione – puntata 1

Dove trovo Virgilio? – puntata 2

Le regole del gioco – puntata 3

Da che parte è girata la tua testa – puntata 4

Il tempo ritrovato – puntata 5

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