Nello scorso appuntamento di questa rubrica (dopo aver ritrovato del tempo che prima passavamo incollati al cellulare e aver alzato la testa dallo schermo per guardare chi c’è davanti a noi) vi abbiamo lasciato in mezzo ad un naufragio: la cosa fondamentale della tappa precedente del nostro cammino è che in tutto il Paradiso Dante non sale per uno sforzo di volontà: sale guardando Beatrice. Naufraga letteralmente nei suoi occhi, e l’attrazione di quegli occhi lo solleva fino a Dio.
Nella puntata di oggi, il professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, che ci sta accompagnando dalle pagine di Voce in un percorso tra le grandi domande educative del presente alla luce della Divina Commedia, ci aiuta a capire la differenza tra annegare e naufragare e che risvolti concreti ha nella nostra vita.
Anzitutto ho un conto da saldare. Perché quel naufragio l’avevo appena scritto che già me lo contestavano in casa dalla lettrice più severa e giusta che conosca. Mia moglie non mi lascia mai passare una “frase a effetto” solo perché suona bene: me la mette alla prova, mi obbliga a vedere se regge il peso. Legge, mi guarda e poi: «Sì, ma detta così sembra che basti lasciarsi andare. Che la grazia faccia tutto e io non debba muovere un dito. Un po’ pochino, no?».
Ha ragione. E tocca un nervo scoperto del nostro tempo. Perché “naufragare” oggi lo capiamo male: lo leggiamo come un dolce annegare nell’emozione. Lasciati trasportare, segui quello che senti, va’ dove ti porta il cuore. Ma annegare e naufragare verso una riva non sono la stessa cosa. E Dante qui ha qualcosa di decisivo da dirci.
Scilla e Cariddi
Tra l’isola e il continente Ulisse doveva passare per uno stretto guardato da due mostri. Da un lato Cariddi, il gorgo che inghiotte. Dall’altro Scilla, lo scoglio che azzanna. Chi scappava da uno finiva nell’altro.
Sul tema della grazia, oggi, navighiamo esattamente lì in mezzo. E i due mostri hanno un volto preciso, lo trovate su qualunque telefono.
Da una parte Cariddi: segui il cuore, “good vibes only”, romanticizza la tua vita, lasciati fluire. È il “manifesting”: desidera abbastanza forte e l’universo provvederà. Salvezza per emozione. L’io non fa niente, la corrente fa tutto. È la versione social di un certo cristianesimo molle: «Dio mi ama così come sono, quindi posso restare esattamente come sono».
E badate: Cariddi non ha solo la faccia un po’ cafona del manifesting. Ne ha anche una raffinata, malinconica, da cantautore. In questi mesi gira una canzone bellissima che la dice meglio di mille slogan. Dimartino canta una «meravigliosa incoscienza»: il fascino di lasciarsi andare, di cadere e ricadere sempre nello stesso fiume, di dare ragione all’impulso contro il calcolo. È vero, una libertà dentro quella fragilità c’è. Ma è una libertà a metà: se resta incoscienza, nel fiume non si nuota, ci si affoga.
Dall’altra Scilla: disciplina, non motivazione, “nessuna scusa”, stringi i denti. Il “c’ho voglia / non c’ho voglia” risolto a colpi di forza di volontà. Salvezza per sforzo. L’io fa tutto, i muscoli fanno tutto. È il pelagiano da palestra: «mi salvo da solo, basta volerlo».
Sembrano opposti. In realtà hanno la stessa, identica radice: né l’uno né l’altro accetta di essere educato. Cariddi obbedisce all’umore grezzo, Scilla al muscolo grezzo. Nessuno dei due si lascia correggere da nessuno. E qui sta tutto il problema.
È il punto che sant’Agostino aveva fissato sedici secoli fa, e che noi abbiamo sentimentalizzato fino a stravolgerlo: «Dilige, et quod vis fac» (In Io. ep. tract. VII, 8), ama, e fa’ quello che vuoi. Lo ripetiamo come un permesso (“senti il cuore e via”), ma per Agostino amare non era un brivido: era un lavoro. Nel senso quasi fisico del termine: energia spesa nel tempo, contro una resistenza. Il cuore che “senti” è la materia prima; l’amore è cosa ne fai, per anni.
Il crinale su cui si è spaccata
la cristianità
Qui sotto c’è la faglia su cui, nel Cinquecento, la cristianità d’Occidente si è spaccata in due. Il problema, detto alla buona, è uno solo: se la salvezza è tutta grazia, dono gratuito, immeritato, che cosa resta da fare a me? Rispondo “niente”, e ho fatto dell’uomo una marionetta. Rispondo “tanto”, e mi sto comprando il Cielo a forza di buone azioni. Tenere fermi insieme i due capi, la salvezza è grazia e la mia libertà è vera, è difficilissimo.
Così difficile che accese violentemente gli animi all’interno della Chiesa cattolica. A cavallo fra Cinque e Seicento, su questo stesso crinale si accapigliarono per vent’anni i suoi teologi più fini, domenicani e gesuiti, additandosi reciprocamente come eretici. Fino a costringere due papi a occuparsene di persona. Iniziò Clemente VIII nel 1598. Nel 1607 fu Paolo V che dovette in sostanza dire: fermi tutti, qui non si scomunica nessuno. Se è un mistero davanti al quale si sono fermati loro, l’ultima cosa che farò è pretendere di scioglierlo io in una rubrica.
Però una cosa la Chiesa non l’ha mai mollata: i due capi della corda, tutti e due. Da una parte, nessuno si salva da sé: la grazia viene prima e fa tutto il lavoro pesante. Dall’altra, quella grazia non mi annulla: mi coinvolge. «L’uomo non è inattivo», dice il Catechismo al numero 1993 citando proprio Trento (Sessione VI, vedi DS 1525): posso dire di sì, e posso dire di no. Né marionetta né self-made man. Coopero: lascio che la corrente mi porti, e intanto nuoto.
E Dante? Dante non dà la soluzione tecnica: la mette in scena. Fa vedere, in poesia, quella stessa corda tesa, la grazia che afferra e la libertà che si rivolge.
Le braccia, e quel verbo
Ricordate il verso di Manfredi che ho citato il mese scorso? «Ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Pur III, vv. 122-123). A giugno ci siamo commossi sulle braccia: infinite, accoglienti, gratuite. Giusto. Ma rileggetelo, e fermatevi sul secondo verbo: le braccia prendono ciò che si rivolge. Le braccia sono di Dio. Ma il rivolgersi è mio. E girarsi è un atto: piccolo, magari ultimo, magari una sola lacrima. Ma un atto.
Non per caso il Purgatorio è un’antologia di salvati per il rotto della cuffia che, all’ultimo respiro, hanno fatto qualcosa. Manfredi si rivolge mentre si dissangua. Bonconte da Montefeltro si salva «per una lagrimetta» e un nome di Maria sussurrato morendo. La misericordia ha braccia grandissime, ma non afferra pacchi inerti: afferra gente che, magari all’ultimo secondo, si è girata. Cariddi pensava che la corrente facesse tutto. No: bisogna almeno voltare la testa.
La salita che si alleggerisce
Ma allora, chiederà Scilla, rianimandosi, è tutto sforzo? Stringere i denti e via?
No. Ed è qui la finezza. Quando Dante comincia a salire la montagna, sbuffa: è dura. E Virgilio gli risponde con una legge dell’anima: «Questa montagna è tale, / che sempre al cominciar di sotto è grave; / e quant’om più va sù, e men fa male» (Pur IV, 88-90). Più sali, meno pesa. Non perché sparisca la fatica, ma perché l’amore la rende leggera. È l’esatto contrario del “fluire naturale di energia”: lo sforzo c’è eccome. Solo che, fatto per amore, a un certo punto smette di essere peso.
E qui Dante e Agostino rimano senza saperlo. «Pondus meum amor meus» (Conf. XIII, 9): il mio peso è il mio amore, e da lì sono portato ovunque vado. Non è zavorra che inchioda: è gravità che orienta. Più ami, meno pesa la salita. Perché l’amore non è lo stato d’animo che provi, è la forza che ti muove. È, in una riga, ciò che Virgilio ha appena detto in terzina.
È il segreto del muro di fuoco. In Pur XXVII Dante è paralizzato davanti alle fiamme. Virgilio non lo spinge: gli ricorda che «tra Beatrice e te è questo muro» (vv. 35-36). L’attrazione di Beatrice gli dà il perché. Ma nel fuoco, le gambe ce le deve mettere lui. L’amore ti dà la ragione di camminare; il camminare resta tuo.
E quando finalmente la rivede, Beatrice non lo accarezza: lo asfalta. Lo costringe a guardarsi dentro, a confessare, a piangere come non aveva mai pianto (Pur XXX-XXXI). La grazia passa attraverso quel pianto, non al posto suo. Cento canti così: rimbrotti di Virgilio, asfaltate di Beatrice, richiami di San Bernardo. Cento canti di scuola severa. È dopo tutto questo, e solo dopo, che Dante, nell’ultimo canto, guarda Dio prima che qualcuno glielo dica. Ha imparato. Ora sa dove guardare. Non per fluire naturale, e non per pura forza di volontà: per educazione del desiderio.
Naufragare non è annegare
Torniamo al mare. Annegare è lasciarsi inghiottire passivi dal gorgo: è Cariddi, è il “dolce sentimento” che ti porta dove capita. Naufragare, nel senso di Dante e di Leopardi, è un’altra cosa: è lasciarsi portare verso una riva. È affidarsi a una corrente che sa dove va, gli occhi di Beatrice, il volto di Cristo, e nel frattempo nuotare, faticare, lasciarsi correggere la rotta cento volte.
È la più attiva delle passività. Non “faccio tutto io”. Non “non faccio niente”. Mi rivolgo, e mi lascio prendere da quelle braccia. Mi lascio condurre. Che non vuol dire mollare il timone. Vuol dire smettere di crederlo mio.
Drizzare la testa era il primo passo. Drizzarla per vedere chi, il secondo. Lasciarsi educare lo sguardo per cento canti, fino a saper guardare da soli: questo è il terzo. E non è un naufragio da temere. È l’unico che porta a riva.
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
