«Torno sempre volentieri nella mia città e in diocesi, mi sento a casa, voluto bene e atteso»
Sabato 18 luglio nella Cattedrale di Bologna il cardinale Matteo Zuppi ha conferito tre ordinazioni presbiterali e tre ordinazioni diaconali ai membri dell’Ordine dei Domenicani. Tra i neo diaconi c’è anche il valenzano fra Cristoforo Maria Grassi, al secolo Stefano Grassi. Classe 1982, fra Cristoforo ha conseguito il baccalaureato e la licenza in Teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, e ha insegnato religione cattolica per 11 anni ad Alessandria prima di abbracciare il carisma domenicano. Lo abbiamo contattato qualche giorno più tardi e lui, che abita dal 2022 nello studentato del Convento Patriarcale di Bologna («Dove sono custodite le spoglie mortali di San Domenico»), ci ha raccontato la sua storia.
Fra Cristoforo, da dove è nata la sua vocazione?
«Dal momento che ogni vocazione cristiana ha come origine Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, devo riconoscere come anche la mia abbia in Lui la sua sorgente. Il Signore mi ha condotto per mano facendomi fare un percorso inatteso, che mi ha portato a conoscere la diocesi di Alessandria e a collaborare in particolare con la realtà parrocchiale di Valenza, a studiare e ad approfondire la teologia presso la Facoltà Teologica di Milano, a insegnare la religione cattolica, in particolare nella scuola alessandrina delle Figlie di Maria Ausiliatrice dell’Angelo Custode, e ad approdare all’Ordine dei frati Predicatori».
Si sarebbe mai immaginato di fare questa strada, da giovane?
«Questa strada è stata per me del tutto indeducibile e inimmaginabile: a muovermi dall’interno è stato il desiderio di Dio, che Lui stesso ha messo nel mio cuore, portandomi a operare delle scelte di fronte a situazioni, incontri, fatti ed eventi, per cercare di corrispondere alla Sua voce e alla Sua chiamata».
Come ha capito di essere fatto per il carisma domenicano? Quali sono le caratteristiche essenziali del carisma domenicano e come lo trova attuale nel 2026?
«Nel 2017 ho incontrato un padre domenicano (padre Angelo Bellon, ndr) che da anni svolge il suo ministero presso la chiesa di N.S. di Loreto e Santa Rita ad Alessandria: la sua figura orante, la sua predicazione e i colloqui avuti con lui mi hanno permesso di avvicinarmi all’Ordine, scoprendo di essere io molto in sintonia con tale carisma, sintetizzabile nella celebre formulazione di San Tommaso d’Aquino: “Contemplari et contemplata aliis tradere”, ovvero “Contemplare e trasmettere agli altri le cose contemplate”. In un tempo attraversato da grandi complessità, penso che l’attualità del carisma domenicano sia rinvenibile proprio nel rilievo che esso dà alla preghiera, allo studio e alla vita comune, in ordine alla comunicazione della fede».
L’esperienza di insegnante di religione le è servita?
«L’insegnamento della religione cattolica mi ha permesso di entrare in contatto con molte persone, con il carisma salesiano e anche con molte difficoltà e problematiche riguardanti la Chiesa e la società del nostro tempo, aprendomi alla necessità di dare delle risposte e una testimonianza di vita cristiana sempre più fondate, chiare e attuabili».
Ci può raccontare l’ordinazione?
«La celebrazione di sabato 18 luglio si è svolta nella cattedrale di Bologna ed è stata presieduta dall’arcivescovo, il cardinale Matteo Maria Zuppi. In tale occasione sono stati ordinati insieme con me altri cinque confratelli domenicani: due di loro hanno ricevuto, come nel mio caso, il sacramento dell’Ordine nel grado del diaconato, mentre gli altri tre sono stati ordinati presbiteri».
Cosa le ha detto il cardinale Zuppi?
«Il cardinale si è rivolto a me e a noi tutti ordinandi con un atteggiamento molto accogliente e paterno, invitandoci all’ascolto delle urgenze che attraversano il nostro tempo, al coraggio della testimonianza di fede e alla collaborazione con la Chiesa tutta».
Che cosa consiglia a un giovane che ha delle domande sulla propria vocazione?
«Gli consiglio di mettere a fuoco innanzitutto il desiderio di Dio che lo anima e la qualità della sua vita cristiana, in particolare in riferimento all’ascolto della Sacra Scrittura e alla pratica dei sacramenti. In ogni vocazione tutto parte dal desiderio di Dio, che è già un segno della Sua presenza che chiama alla Sua sequela in ogni evento e circostanza della vita, e dalla relazione con la Chiesa, mediatrice della Salvezza divina. Più la risposta personale è in sintonia con la voce di Dio e con la Chiesa, più cresce la volontà personale di scelta, in ordine a forme sempre più determinate e concrete di vita e di testimonianza, come attuazione della Sua volontà».
Nostalgia di Valenza (o di Alessandria)?
«Dalla mia famiglia ho ricevuto la vita, un’educazione, il mio legame con l’ambiente alessandrino e con la Chiesa locale… Torno sempre molto volentieri nella mia città e in diocesi, perché mi sento a casa, voluto bene e atteso».
Com’è la sua giornata?
«Gli elementi che caratterizzano la vita di un domenicano sono ben sintetizzati dalle nostre Costituzioni, che indicano sei “osservanze regolari” (la vita comune, la celebrazione liturgica, la preghiera personale, l’osservanza dei voti, lo studio, il ministero apostolico) e quattro “osservanze ausiliarie” (la clausura, il silenzio, l’abito e le opere di penitenza), tutte miranti alla cura e alla custodia delle cose di Dio e alla loro trasmissione alle anime. In effetti devo riconoscere come le mie giornate siano costituite da tutti questi elementi, sebbene con accentuazioni sempre diverse, che mi orientano a porre l’attenzione, a valorizzare e a gustare ora di più un aspetto, ora di più un altro, a seconda dei momenti, dei tempi, delle circostanze e delle prove che mi trovo a vivere».
Qual è oggi l’urgenza più importante nella Chiesa?
«Non è facile dirlo, perché sono molteplici e in continuo aumento le problematiche e le sfide che la Chiesa contemporanea deve affrontare. Un problema fondamentale è però quello riguardante la trasmissione della fede: a mio avviso, le difficoltà riguardanti tale aspetto devono essere pensate e affrontate in stretto legame con quelle che ogni singolo cristiano sperimenta quando cerca di vivere la santità alla quale Gesù Cristo lo chiama. L’efficacia della testimonianza non è pensabile a prescindere dalla qualità di vita cristiana che ciascuno, personalmente e comunitariamente, vive».
Come si può vivere una vocazione come la sua senza rischiare di “uscire” dal mondo?
«L’uscita dal mondo, come tentativo di fuga dalle difficoltà e dai problemi che caratterizzano la realtà, è una tentazione alla quale nessun uomo, neanche il più mondano, può sfuggire. Di fronte all’eccedenza e all’ingovernabilità delle situazioni, ogni individuo sperimenta la sua povertà radicale, finendo o per subire passivamente gli eventi e i suoi limiti, così da cadere nella paura, nell’abbattimento, nel terrore, nel consenso mortificante, o per rifiutare le sue incapacità e ciò che gli sfugge, così da attuare progetti, sempre fallimentari, volti ad anestetizzare, ignorare, rifuggire, demolire, violentare ciò che connota la realtà e la finitezza. Il Vangelo di Gesù Cristo insegna invece a considerare positivamente le esperienze sfuggenti e anche quelle più negative, come la croce: l’uomo è chiamato, proprio in forza della sua povertà e dei suoi limiti, ad aprirsi alla relazione e all’incontro, ovvero a riconoscere di ricevere tutto da Dio, da sempre e in continuazione, di essere dipendente, in quanto creatura amata, salvata e liberata da ogni male. Penso che l’uscita dal mondo consista proprio nel rifiuto della sfuggevolezza della realtà e dell’inafferrabilità infinita di Dio, così come della finitezza che caratterizza l’esperienza personale e comunitaria. In tal senso il frate non si trova in una condizione di “svantaggio” e di maggiore “rischio” rispetto a tutti gli altri uomini, bensì semplicemente può approfittare di un maggior numero di aiuti per tenere meglio gli occhi aperti sulla realtà effettiva del mondo, dell’uomo e di Dio».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
