La pedagogia dell’inciampo: perdere l’equilibrio per radicare il cammino. Manuale pratico di imperfezione, di Enzo Governale (quattordicesima puntata)

Lo scivolone all’indietro non rappresenta il fallimento del percorso,
ma la tappa necessaria che misura la vera profondità della nostra trasformazione

Caduta [ca·dù·ta] 

Dal latino volgare cadūta, derivato del latino classico cadĕre: “cadere”, “venire giù”. Indica l’atto di perdere improvvisamente l’equilibrio o la posizione eretta sotto l’effetto della gravità.

Lo specchio della fragilità. Arriviamo a un passo che molti vorrebbero saltare, ma che in realtà rappresenta il vero spartiacque di ogni trasformazione autentica: la caduta. 

Dobbiamo dircelo chiaramente, senza l’ipocrisia dei manuali di crescita personale standardizzati: ogni vero cambiamento conosce, prima o poi, il momento dello scivolare indietro, del perdere l’equilibrio e del ritornare temporaneamente nei vecchi schemi che credevamo superati. Questo inciampo è inevitabile, fa strutturalmente parte del cammino e non deve essere vissuto come la fine del viaggio ma come una tappa fondamentale.

La caduta è lo specchio spietato e benedetto che ci ricorda che siamo umani, imperfetti e strutturalmente fragili. Ci rammenta che la nostra evoluzione non procede mai lungo linee rette e pulite, al contrario, attraversa curve complesse, deviazioni improvvise e arresti forzati. Cadere significa fare esperienza diretta dei propri limiti reali, toccare con mano la fatica del percorso e assimilare una lezione fondamentale: la perfezione non è mai stata il nostro vero obiettivo! Se il cambiamento fosse solo una marcia trionfale senza ostacoli, non richiederebbe alcuno sforzo psicologico e non produrrebbe alcuna crescita reale.

La dinamica “psicologica” ci insegna che è proprio nel modo in cui reagiamo alla caduta che si misura la solidità del lavoro svolto finora. Cadere non annulla affatto i passi che abbiamo già compiuto nei capitoli precedenti, al contrario, li rende veri, li strappa all’astrazione teorica e li radica profondamente nel terreno della realtà.

È nel momento in cui ti ritrovi a terra, con le ginocchia sbucciate e la tentazione di abbandonare tutto, che si valuta lo spessore del tuo cambiamento. Chi impara a cadere senza giudicarsi ferocemente, ma guardandosi con la stessa compassione che riserverebbe a un bambino che impara a camminare, scopre che la terra non è un luogo di punizione ma il punto da cui darsi la spinta per ripartire con una postura nuova e più saggia.

Le tappe del cammino

Il cambiamento in 21 parole e tutto il tempo che serve: manuale pratico di imperfezione

Consapevolezza

Accettazione

Responsabilità

Visione

Decisione

Micro – obiettivo

Impegno

Azione

Costanza

Autodisciplina

Consapevolezza emotiva

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