Lo scivolone all’indietro non rappresenta il fallimento del percorso,
ma la tappa necessaria che misura la vera profondità della nostra trasformazione
Caduta [ca·dù·ta]
Dal latino volgare cadūta, derivato del latino classico cadĕre: “cadere”, “venire giù”. Indica l’atto di perdere improvvisamente l’equilibrio o la posizione eretta sotto l’effetto della gravità.
Lo specchio della fragilità. Arriviamo a un passo che molti vorrebbero saltare, ma che in realtà rappresenta il vero spartiacque di ogni trasformazione autentica: la caduta.
Dobbiamo dircelo chiaramente, senza l’ipocrisia dei manuali di crescita personale standardizzati: ogni vero cambiamento conosce, prima o poi, il momento dello scivolare indietro, del perdere l’equilibrio e del ritornare temporaneamente nei vecchi schemi che credevamo superati. Questo inciampo è inevitabile, fa strutturalmente parte del cammino e non deve essere vissuto come la fine del viaggio ma come una tappa fondamentale.
La caduta è lo specchio spietato e benedetto che ci ricorda che siamo umani, imperfetti e strutturalmente fragili. Ci rammenta che la nostra evoluzione non procede mai lungo linee rette e pulite, al contrario, attraversa curve complesse, deviazioni improvvise e arresti forzati. Cadere significa fare esperienza diretta dei propri limiti reali, toccare con mano la fatica del percorso e assimilare una lezione fondamentale: la perfezione non è mai stata il nostro vero obiettivo! Se il cambiamento fosse solo una marcia trionfale senza ostacoli, non richiederebbe alcuno sforzo psicologico e non produrrebbe alcuna crescita reale.
La dinamica “psicologica” ci insegna che è proprio nel modo in cui reagiamo alla caduta che si misura la solidità del lavoro svolto finora. Cadere non annulla affatto i passi che abbiamo già compiuto nei capitoli precedenti, al contrario, li rende veri, li strappa all’astrazione teorica e li radica profondamente nel terreno della realtà.
È nel momento in cui ti ritrovi a terra, con le ginocchia sbucciate e la tentazione di abbandonare tutto, che si valuta lo spessore del tuo cambiamento. Chi impara a cadere senza giudicarsi ferocemente, ma guardandosi con la stessa compassione che riserverebbe a un bambino che impara a camminare, scopre che la terra non è un luogo di punizione ma il punto da cui darsi la spinta per ripartire con una postura nuova e più saggia.
Le tappe del cammino
Il cambiamento in 21 parole e tutto il tempo che serve: manuale pratico di imperfezione
Azione
Costanza
Consapevolezza emotiva
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
