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Cinquant’anni di sacerdozio di don Franco Farenga

VALENZA – Parrocchia sant’Antonio

Don Franco Farenga nasce il 18 novembre 1940 a Muro Lucano (PZ). Entra in seminario a Pompei a 12 anni e viene ordinato sacerdote il 29 giugno 1966, sempre a Pompei. Nel 1967 arriva a Valenza, dove per nove anni è vice parroco del Duomo, e successivamente parroco della parrocchia Sant’Antonio da Padova (a cui è stato lui stesso ad aggiungere, per riconoscenza, “e Madonna di Pompei”). Sabato 19 don Franco festeggerà con amici e parrocchiani i suoi primi 50 anni di sacerdozio. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita.

Don Franco, che città hai trovato quando sei arrivato a Valenza, tu “prete terrone”?

«Ho trovato il freddo, guagliò! (ride, ndr). Ma solo quello meteorologico. L’accoglienza dei valenzani è stata straordinaria, positiva e fraterna».

Che cosa ti hanno insegnato?

«Stando con loro ho imparato il servizio e l’umiltà. Su 24 ore della giornata, io sono impegnato per 22: oratorio, riunioni, incontri, benedizione delle case…».

Qualcuno ti ha definito “il vero sindaco di Valenza”. È così?

«Questa è la prima volta che la sento! Però è vero, i sindaci sono passati e io sto ancora qui».

Come sono cambiati i tempi, dal tuo punto di vista?

«C’è recessione, le fabbriche chiudono… un sacerdote può stare vicino, non solo con le parole, ma anche con l’aiuto concreto: pagare l’affitto, le bollette, fare la spesa e così via. Guarda, ci sono dei valenzani, dignitosi e insospettabili, che adesso sono in difficoltà. E io provo ad aiutarli, con discrezione».

Facciamo un passo indietro: perché hai scelto di entrare in seminario?

«È stato Gesù, mi ha chiamato Lui. Avevo nove o dieci anni, mi ricordo che era maggio, sulla piazza del mio paese giocavo con gli altri bambini a nascondino. Io e un amico ci siamo nascosti nella chiesa parrocchiale, durante la Messa. Io non ero frequentatore della chiesa… a un certo punto ho sentito un rumore, che ho ancora in testa adesso: era quello dei fedeli che si inginocchiavano. Poi ho visto il sacerdote con l’ostensorio in mano. E lì ho detto: da grande farò come lui. Questa è stata la mia prima chiamata alla vocazione. E pensa che quel giorno, quando sono uscito dalla chiesa, mi sentivo come un ubriaco, e neanche mi rendevo più conto che stavo giocando a nascondino! Mo’ ti dico un’altra cosa».

Sentiamo.

«Il 3 luglio 1966 ho detto la prima Messa solenne, qui a Valenza. Dopo la celebrazione, durante il pranzo, mia madre ha detto a tutti: “Io, quando ero incinta di ‘stu guaglione, sono andata a Pompei a chiedere una grazia per mia figlia. “Madonna mia, io quello che ho qua in pancia te lo do, ma tu fammi guarire la bambina”. Il Signore mi ha preso che ero ancora in grembo. Te lo ripeto: è Lui che ha preso me!».

Hai mai avuto in questi cinquant’anni qualche ripensamento?

«Uh, sai quanti ne ho avuti… Tante volte mi sono chiesto: “Ma a me chi me lo fa fare?”. Io pensavo di essere forte come un cedro del Libano, e invece mi sono accorto che senza la Grazia di Dio ero, e sono, un fuscello».

Come hai combattuto queste debolezze?

«Il demonio ha fatto di tutto per portarmi via. Ma io l’ho combattuto con la preghiera e l’adorazione. E con l’amicizia della Madonna di Pompei. Nei momenti difficili le dicevo: “Tu mi hai voluto, adesso legami a te con la catena del Santo Rosario”».

Una crisi particolare?

«Quando avevo 30 anni sono stato operato al cervelletto, al Besta di Milano. Ero praticamente morto… ma io non volevo morire! Pregavo Gesù dicendo: “Oh, così tratti i tuoi amici?”. Devo confessarti che ho avuto la tentazione del suicidio. Avevo fatto le prove con una sedia della mia camera per buttarmi giù dalla finestra. Volevo far fare brutta figura a Gesù, tu pensa! Poi è successo che il 15 agosto ho chiesto alla monaca che mi assisteva di celebrare io la Santa Messa. Ero a letto, in condizioni disperate, e quando mi sono alzato dal letto sono caduto a terra. La suora mi ha fatto un’iniezione potente, e ho detto Messa. Dopo, sfinito, nel cuore ho sentito Gesù che mi diceva: “Ma perché vuoi toglierti la vita? Non avevi scritto sul tuo diario che volevi morire come me? Perché ti rimangi la promessa?”. E così mi sono salvato l’anima, e grazie alla Madonna sono anche guarito nel fisico. Poi sono andato a cercare i miei diari, e ho trovato proprio quella frase, che avevo scritto davvero  molti anni prima».

Perché ci sono così poche vocazioni sacerdotali?

«Perché noi preti non ci crediamo abbastanza, e quindi preghiamo poco per questo. Mi sembra che non facciamo conoscere bene chi è Gesù. Molte volte Gesù chiama, e io mi chiedo: ma noi sacerdoti stiamo dando il buon esempio?».

C’è qualche figura a cui sei particolarmente legato, e che ti ha dato il buon esempio?

«Due su tutti. A Pompei, don Baldassarre Cuomo, che è stato rettore del seminario. Per me, una grande testimonianza. E, qui a Valenza don Luigi Frascarolo. Che non mi ha fatto sentire la mancanza della mia terra».

Che cosa vuoi fare nei prossimi 50 anni di sacerdozio?

«Voglio diventare santo».

Andrea Antonuccio

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