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L’interVista a Renato Balduzzi

Renato Balduzzi
Nato a Voghera nel 1955.
Membro del Consiglio Superiore della Magistratura.
Professore ordinario all’Università Cattolica di Milano.
Già Ministro della Salute nel Governo Monti.

Professor Balduzzi, venerdì 2 giugno l’Italia celebra la festa della Repubblica. Oggi, quali sono le considerazioni che nascono da 71 anni di vita della Repubblica italiana?

Sono considerazioni in chiaroscuro. Chiaro, perché dalle macerie di una disfatta bellica e morale il nostro Paese è progressivamente cresciuto sino a stare oggi al fianco degli Stati più sviluppati, e nel 1946-1947 ciò non era affatto scontato. Scuro, perché non tutte le speranze e le implicazioni della “Repubblica” sono state svolte in questi oltre settant’anni: c’è ancora troppo poca eguaglianza, ci sono ancora troppi ostacoli allo sviluppo della persona umana e alla partecipazione di ciascuno alla vita del Paese, c’è troppa diffidenza reciproca, mentre la Repubblica si era fondata proprio sulla scommessa di un nuovo Risorgimento, di italiani più uniti e più coesi.

Come viene percepita, oggi, la ricorrenza della festa della Repubblica?

Siamo passati attraverso una sorta di rimozione: la festa della Repubblica, per definizione festa di tutti, è stata, sino a qualche anno fa, recessiva rispetto ad altre feste, avvertite come maggiormente proprie da questa o quella parte politica o sociale. Dunque anche i segni, i simboli della Repubblica hanno corso il rischio di venire dimenticati o diluiti all’interno dell’inclinazione italiana alle pause di vacanza: appunto, il “ponte del 2 giugno”. Ma abbiamo saputo reagire. Oggi cantare l’inno nazionale ed esporre la bandiera italiana è esperienza convinta di giovani e meno giovani. Certo, talvolta questi simboli sembrano essere circoscritti ad eventi sportivi, o venire intesi come mero puntello di un’identità nazionale chiusa e preoccupata rispetto alle tragedie dell’immigrazione. Averli ricuperati è, comunque, la premessa necessaria per poterli intendere bene. E avere integrato la festa della Repubblica con la festa della Costituzione è, in questa prospettiva, molto importante.

L’articolo 1 della Costituzione afferma che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. È un principio richiamato da Papa Francesco nel corso della sua recente visita a Genova incontrando il mondo del lavoro. Oggi, che ne è del lavoro in Italia?

Inutile girarci intorno. Lavoro ce n’è poco, e spesso quel poco è sottopagato, degradato, mortificato. Ci stiamo avvitando in un circolo vizioso tra la scarsità di tutele, che demotiva al lavoro, e la rigidità di talune normative, che disincentiva l’offerta. Il Papa, ancora una volta, ha ricordato a Genova il nodo di fondo, che è culturale prima ancora che economico e politico: “una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro”. Il lavoro, cioè, inteso come nucleo forte del patto sociale, non come mezzo per potere consumare.

Il lavoro è il fondamento della Repubblica

Non è purtroppo quello che, salvo lodevoli eccezioni, proponiamo ai nostri giovani: così facendo, li illudiamo e li tradiamo. Poi, però, arriva Francesco e ci ridà speranza, a condizione di prendere sul serio la sua analisi.

La Costituzione, a quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore, è ancora attuale?

Più che mai. Resto sempre un po’ stupefatto quando ascolto o leggo qualcuno che ironizza sulla “costituzione più bella del mondo”. Mi sembra una sorta di disfattismo costituzionale. Se nel mondo l’Italia non è soltanto il bel Paese con tanti imbarazzanti stereotipi, lo dobbiamo proprio alla qualità della carta costituzionale. E se la funzione essenziale di ogni Costituzione è di andare oltre il proprio carattere cartaceo e documentale, per diventare uno strumento di difesa dell’identità nobile di un popolo e della sua resistenza nel tempo, allora possiamo dire che quella italiana è davvero ben fatta. Ciò non significa che essa sia intoccabile, ma semplicemente che chi la vuole modificare deve chiarire bene il perché e convincere gli altri sulla preferibilità di nuove norme.

Ci può fare qualche esempio dell’attualità della Costituzione?

Partirei proprio dal lavoro come fondamento della Repubblica. Ho trovato molto toccante la sintonia del Papa con questo principio, vuole dire che c’è un filo di continuità tra generazioni e provenienze geografiche diverse, ma ispirate a comuni principi. E poi il nesso tra diritti e doveri, che è uno dei problemi cruciali delle nostre società occidentali. Oppure il ripudio della guerra (parola molto forte, e inusuale in una Costituzione) e l’apertura, 70 anni fa! Alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le nazioni; l’Unione europea  è un timido tentativo di dare forma a una tale profezia. Pensiamo anche al modello costituzionale di magistratura, che all’estero ci ammirano e che noi mettiamo in pratica non sempre bene, e per fare tutti gli esempi ci vorrebbe un’altra intervista.

C’è tuttavia un “ma”: la nostra Costituzione presuppone un cittadino attivo, adulto, partecipe e solidale. Nel tempo della diffidenza e dell’individualismo solitario, il programma costituzionale rischia di apparire sfasato e fuori tempo. Spetta a ciascuno di noi interpretarne la perdurante attualità.

Il 2 giugno 1946 il referendum istituzionale sancisce la nascita della Repubblica Italiana con 12.717.923 voti a favore e 10.719.284 contro. Il re Umberto II va in esilio a Cascais, in Portogallo. Viene eletto capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione. Nella prima parte sono evidenziati i diritti e i doveri dei cittadini; i rapporti civili, etico-sociali, economici e politici. Nella seconda parte viene trattato l’ordinamento della Repubblica attraverso il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo, la Magistratura, le Regioni, le Province, i Comuni, la Corte Costituzionale.

A cura di
Marco Caramagna

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