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I missionari e il compito della Chiesa

Nel discorso missionario, a partire dagli anni del concilio Vaticano II, tutti siamo stati aiutati a fare un passo avanti significativo, tornando a parlare di una Chiesa tutta missionaria per sua natura, di un popolo di Dio tutto responsabile dell’annuncio missionario, dove poi, certamente, vi sono
ruoli e ministeri diversi. Restano necessari gli “specialisti” della missione,
ma tutti sono coinvolti: già nel 1957 Pio XII con l’enciclica “Fidei donum”
aveva chiesto esplicitamente ai preti diocesani un impegno missionario come “dono” alle Chiese più disagiate, e poco alla volta stava crescendo anche il numero dei laici che dedicavano qualche anno della propria vita a una pre- senza di aiuto in terre di missione. Un fenomeno, quello, destinato a modificare anche l’ecclesiologia, il modo stesso in cui si pensava alla missione nella Chiesa, ormai possibile a tutti.

Il Concilio ha anche incentivato una vera e propria “teologia delle Chiese locali”, non solo come luoghi storici o geografici, ma anche teologici: nonostante i limiti e in qualche caso i passi indietro, il nuovo ruolo assunto dalle Conferenze episcopali, la periodica convocazione di Sinodi a livello continentale e l’aumentato scambio fra le Chiese, ha fortemente modificato lo stesso concetto di missione. I religiosi e i laici “non indigeni” presenti nelle varie terre di missione sono chiamati a una vera e profonda conversione: lasciato il ruolo di protagonisti, devono mettersi al servizio della crescita delle varie Chiese locali, con il loro clero e i loro gruppi, rispettandone l’originalità e l’autonomia.

Sono infatti proprio queste giovani Chiese che possono portare elementi nuovi e ri essioni diverse sulla vita della comunità e sulla missione (pensiamo a papa Francesco e alla sua “teologia del popolo”). D’altra parte, non ci sarebbe da stupirsi se, dopo la secolare egemonia della teologia occidentale, emergessero proposte nuove dalla elaborazione di teologie locali, soprattutto in territori dove sono presenti culture e religioni profondamente diverse dai modelli occidentali. Se è lecito citare i grandi momenti della storia culturale del mondo cristiano, non fu certo senza dolori e polemiche che San Tommaso introdusse nella teologia del tempo le categorie desunte da un filosofo non cristiano, Aristotele, per giunta mediato dai commentatori arabi.

Non ci sarebbe dunque da stupirsi se qualcosa di analogo accadesse oggi anche per noi dal confronto con culture nate, ad esempio, in Africa e in Asia. E sarebbe proprio lo sviluppo della missione ad aiutarci a superare quel centralismo occidentale ed europeo cui siamo abituati. Il dialogo fra le culture rimane, infatti, l’elemento essenziale per qualsiasi annuncio; ma lo scopo resta per tutti il programma di san Paolo, di un apostolo che predica nell’agorà o nella sinagoga, di quello che converte il suo carceriere dopo aver cantato in carcere le lodi del Signore o di quello che fonda comunità e poi le a da a giovani discepoli. Lo scopo è di annunciare Cristo a tutti, di fare in modo che Cristo sia tutto in tutti. Cerchiamo però di non equivocare quello che oggi viene definito lo “scambio tra le Chiese”, che per molti significa: dopo aver mandato per secoli i missionari nei paesi di prima evangelizzazione, ora sono questi che mandano preti e suore nella nostra Europa, che sta diventando un continente da rievangelizzare.

È un rischio che è bene ricordare a chi ribadisce che, semplicemente, ven- gono da noi preti nati in paesi con molte vocazioni, a sopperire alla nostra mancanza di vocazioni: il che non sarebbe certo un male. Ma succede spesso che preti africani o sudamericani lascino le loro diocesi, che sono immensamente più estese delle nostre e hanno pochissimi preti, per venire a “turare i buchi”, mi si perdoni l’espressione, nelle nostre diocesi (impedendo, tra l’altro, una seria ri essione sulle nuove responsabilità che deve assumere tutta la comunità cristiana). Cerchiamo di fare in modo che il nuovo paradigma missionario non si riduca a una nuova forma di spogliazione, anche se in nome del Signore, di paesi più poveri dei nostri.

 

Maurilio Guasco 

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