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Festa della Chiesa locale

Fra i tanti e provvidenziali recuperi compiuti dal Concilio Vaticano II (1962-1965) vi è anche la fondamentale dimensione ecclesiale della vita cristiana. Non ci si salva da soli!

“Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse” (Costituzione dogmatica sulla Chiesa, n. 9).

Nel corso dei secoli, infatti, per diverse convergenze storiche, la spiritualità cristiana aveva assunto un’accentuata dimensione individualistica che si esprimeva e si alimentava anche nella stessa Messa dove (come certamente ricordano i più anziani) ognuno pregava per proprio conto, sacerdote compreso.

Per meglio favorire la consapevolezza della dimensione comunitaria della fede, la Conferenza episcopale piemontese nel 1976 decise di dedicare una speciale domenica dell’anno liturgico (la 33° del tempo ordinario, ma con una certa libertà) per celebrare questa comunione ecclesiale che nel Vescovo diocesano trova il suo segno sacramentale.

Per la verità, secondo la tradizione liturgica più antica, la festa della Chiesa locale è la celebrazione anniversaria della dedicazione della chiesa cattedrale. Tradizione che, per ragioni diverse, talvolta anche a causa della data, di fatto era pastoralmente caduta nella dimenticanza, restando semplicemente una presenza nel calendario liturgico. Pertanto, l’istituzione piemontese della festa della Chiesa locale ha inteso essere una soluzione di “emergenza” per sopperire a questa dimenticanza e superare in qualche modo quell’individualismo cultuale e pastorale che talora conduce va a vivere anche la stessa realtà parrocchiale come un orto chiuso e sovente in emulazione campanilistica nei confronti delle altre parrocchie. Una specie di lotta fra campanili.

L’attuale diminuzione del clero, che segna oggi profondamente la vita della Chiesa, è una contingenza storica che certamente non sfugge al disegno di quel Dio che è sempre il Signore della storia e che sa trarre il bene da qualsiasi situazione di di coltà.

Una situazione, infatti, che ci costringe a superare l’individualismo pastorale e a trovare nuove soluzioni che già si a acciano all’orizzonte nelle diverse Chiese locali, compresa la nostra, sebbene con inevitabili di coltà.

Per noi alessandrini la stretta vicinanza fra la domenica del tempo ordinario proposta dai Vescovi piemontesi e la festa di San Baudolino, antesignano e patrono della nostra Chiesa diocesana, ci offre la possibilità di manifestare in modo speciale, con un’unica e solenne celebrazione, la nostra comunione ecclesiale “convinti che la principale manifestazione della Chiesa si ha nella par- tecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia… cui presiede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri” (Costituzione conciliare sulla liturgia, n. 41).

Silvano Sirboni 

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