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L’interVista alla madre superiora suor Natalina Rognoni

Natalina Rognoni nasce ad Abbiategrasso il 14 settembre 1946, terza di quattro figli. Dopo le scuole commerciali, all’età di 14 anni viene assunta all’uffi cio personale di un’azienda con 300 dipendenti. All’età di 18 anni diventa Presidente dell’Azione cattolica di Abbiategrasso, in provincia di Milano. All’età di 24 entra come postulante nel convento delle Piccole suore della Divina Provvidenza di Roma. Dal 9 marzo 2017 è Madre superiora dell’istituto Divina Provvidenza di Alessandria.

Suor Natalina, quando ha capito la sua vocazione?

«Avevo 20 anni. Mia mamma si era ammalata e io avevo cominciato a frequentare l’ospedale di Abbiategrasso, dove era presente una comunità religiosa delle Piccole Suore della Divina Provvidenza. Era un gruppo di suore giovani ed entusiaste della loro vocazione. Non facevano nulla di particolare, se non testimoniare con la loro vita una presenza fedele e amorosa verso gli ammalati. La loro testimonianza aveva toccato il mio cuore, mettendo in discussione la mia vita».

Com’era la sua vita, fino a quel momento?

«Frequentavo l’Azione cattolica ed ero responsabile di Abbiategrasso e di alcune unità intorno alla città, che allora si chiamavano “plaghe”. Avevo un ragazzo, Roberto, anche lui impegnato nella pastorale diocesana. A un certo punto ho detto basta, e ho scelto. Così ho lasciato Roberto, spiegandogli i motivi della mia decisione. Pensi che il mio parroco mi sconsigliò di farmi suora, prospettandomi una vita da laica consacrata. Ma io ero tenace nelle mie scelte, e avevo capito che il Signore mi voleva per una vita diversa, in una famiglia più ampia. Devo dire che non mi sono mai pentita, fino oggi anche se sono passati “solo” 40 anni!

Come è cambiata la vita?

«A 24 anni sono entrata a Roma nella Casa generalizia come postulante, chiedendo di poter fare un’esperienza missionaria. Ma non è stato subito così. Inizialmente ho frequentato la Lumsa a Roma, mi sono diplomata in Servizio sociale e nel 1977 ho fatto la professione perpetua».

E poi è arrivata la missione?

«No, non subito. Avevo fatto una tesi sui disabili psichici adulti. Erano gli anni in cui si discuteva molto di legge Basaglia e chiusura dei manicomi. Io avevo approfondito gli studi sul tema e ad Alessandria avevano bisogno di qualcuno che desse, per così dire, un “tocco” a una situazione un po’ stagnante. E così nel 1978 arrivo qui, proprio in questo istituto».

Come è cambiata da allora la percezione della “Michel” ad Alessandria?

«Quando sono arrivata, questo istituto era considerato un po’ come una sorta di “punizione” per chi era svantaggiato. “Se non fai il bravo, ti mando alla Michel” si diceva. E questo mi feriva profondamente… Oggi c’è una mentalità diversa, per fortuna, anche se dobbiamo sempre fare i conti con quella che papa Francesco chiama giustamente “cultura dello scarto”. Per Madre Michel, invece, i più bisognosi erano, e sono, i suoi tesori. Negli scritti della fondatrice c’è scritto che sono loro i nostri padroni, noi veniamo dopo. È per questo che accogliamo i bisognosi, non i raccomandati, come ho sentito dire diverse volte. Noi accogliamo chi ha più bisogno. Punto. Lo scriva, per favore».

Come è stato il suo primo impatto con gli alessandrini, nel 1978?

«Inizialmente li ho sentiti un po’ freddi. Io sono una milanese, sa com’è… L’alessandrino ti guarda e vuol capire. Poi, quando ti conosce meglio, ti apprezza e ti dà carta bianca. Ho sempre lavorato bene, in questa Casa».

Nel 1990, finalmente la missione all’estero…

«Sì. Terminato il mandato qui ad Alessandria, sono andata in Africa, in Camerun. Ma sono rimasta solo due anni. Mi hanno richiamato in Italia, in un’altra struttura a Villa del Bosco, vicino a Biella. Poi, nel 1997, sono diventata Superiora provinciale alla Casa madre in via Fàa di Bruno, dove sono rimasta per sei anni. Sono ritornata qui due anni, dal 2003 al 2005, e successivamente fi no al 2017 sono stata a Roma come Superiora generale. E adesso, terminati i mandati, rieccomi qui. Una vita da avventuriera, insomma (sorride)».

Lei guida un istituto dedicato alla Divina Provvidenza: quanto conta, nella vita della Casa?

«Noi sperimentiamo quotidianamente la Grazia della Provvidenza. Essa si manifesta sempre quando ne abbiamo più bisogno. Questa Casa è in continua ristrutturazione: abbiamo investito un patrimonio per poter essere all’altezza dei tempi e delle leggi. Oggi ci arrivano eredità e anche piccole offerte. Piccole gocce, che alimentano l’oceano. La Provvidenza c’è, e opera».

Qual è il clima che si respira oggi, alla Michel?

«L’impronta carismatica di madre Michel vive in questa Casa. Le ospiti che sono qui da tanti anni sentono che questa è una famiglia. Io lo dico sempre: non siamo in un’azienda, qui abbiamo a che fare con persone. Chi lavora con noi vive e respira un modo diverso di accostarsi agli ammalati. Noi siamo una famiglia! Io dico sempre che la fondatrice è sui tetti e veglia sempre su di noi. E il suo carisma si trasmette facendo del bene. Vorrei dire ancora una cosa, se possibile…».

Prego.

«Mi sento di chiedere, soprattutto all’ambito diocesano, di starci più vicino. A volte anche i sacerdoti conoscono poco la realtà della Michel. Ma la nostra è una istituzione che nel territorio alessandrino deve vivere nel tempo e deve essere sempre più Chiesa. Invitiamo tutti a venirci a conoscere, a essere più in comunione con noi. Portate qui i giovani, fate loro vedere chi siamo: questo è un luogo che educa alla carità».

A cura di Andrea Antonuccio

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