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L’interVista al giornalista Massimo Brusasco

Fubinese al 100%, nasce ad Alessandria l’8 gennaio 1970. Dopo essersi diplomato al Liceo classico “G. Plana”, inizia a collaborare con Il Piccolo di Alessandria rispondendo a un annuncio di ricerca di collaboratori dai paesi. Oggi è una firma di punta del bisettimanale alessandrino. Assieme a tante altre cose..

Massimo, che cos’è per te il giornalismo? Passione, vocazione o…?

«Non lo so, onestamente… forse sento in me più che altro una predisposizione alla scrittura, tra cui anche quella giornalistica. Ma non solo». Eh già, perché tu sei anche scrittore. «Ma sì (è un po’ imbarazzato, ndr). Se come scrittore intendiamo una persona appassionata di scrittura, allora sì».

Tu hai fatto, e fai, un po’ di tutto: teatro, canzoni, poesie, romanzi, racconti…

«Certo, anche se non faccio proprio tutto. Per esempio, non sopporto quando mi si chiede di scrivere un bigliettino di auguri, o cose del genere. Non sono uno scrittore a comando. Scrivi solo quando sei ispirato? «Non sempre. A volte, come nel caso dei testi comici, ho delle scadenze e allora devo scrivere anche se non ne ho tanta voglia. Devo sperare che l’ispirazione passi di lì proprio in quel momento (sorride). Non succede sempre.»

Passiamo a un tema più ampio, quello della comunicazione. Che cosa vuol dire per te comunicare la realtà? Ti sei mai posto il problema?

«Certo, me lo pongo più o meno consapevolmente tutti i giorni. Per me comunicare è raccontare quello di cui si è testimoni, cercando di essere emotivamente distaccati da ciò che si descrive. Riuscirci è complicato, perché comunque questo distacco è difficile.»

Perché per raccontare meglio la realtà bisogna distaccarsene? Non sarebbe più efficace buttarcisi dentro?

«Sì, ci si butta dentro, ma probabilmente al lettore potrebbe interessare sapere come sono le cose, oggettivamente.»

Quindi una oggettività esiste…

«No, secondo me no. Infatti si parla non tanto di verità, ma di veridicità, presupponendo che la verità una, vera e sola non esiste. La mia realtà può non essere la tua realtà. Ma la verità io la cerco.

Ti è mai capitato di non voler (o non poter) dare una notizia?

«Qualche volta mi è capitato di non poterla dare. Quando qualcuno ti fa una confidenza e ti chiede di non scriverla, per esempio. Ma se la notizia è interessante, faccio di tutto per avere il permesso di scriverla!».

E ti è capitato di non volerla scrivere?

«Sì, a volte mi è capitato. Soprattutto per le cose che cadono nel pettegolezzo. A volte mi sono pentito di avere pubblicato notizie che non avrei dovuto pubblicare. E viceversa».

Quanto è diventato difficile il mestiere di giornalista?

«Si è complicato molto, perché siamo bersagliati di notizie e diventa difficile capire che cosa è vero e che cosa no. C’è troppo, e diventa difficile discernere. E poi, quando il lettore non si ricorda più dove ha letto una notizia, se su Facebook o su Repubblica, allora c’è qualcosa che non va».

Quali sono stati i tuoi maestri nel giornalismo?

«Qui ad Alessandria ricordo sempre con affetto Corrado Testa, ho iniziato con lui. Poi ci sono molti giornalisti che leggo solo per fi rma. Loro scrivono e io mi fido… penso a Gian Antonio Stella, Gabriele Romagnoli o a Curzio Maltese. Mi piacciono molto le giornaliste sportive Giulia Zonca de La Stampa e Gaia Piccardi del Corriere della Sera».

Che cosa ti piace di più nel fare il giornalista locale?

«Mi piace l’idea di raccontare storie di posti magari poco considerati, come certi paesini, o la vita di persone che apparentemente non fanno notizia ma hanno tanto da raccontare. Anzi: se qualcuno vuole candidarsi, può contattarmi attraverso il mio sito www. massimobrusasco.it».

Hai degli informatori sul territorio?

«Informatori direi proprio di no (sorride). Ma parlo spesso con diversi amici che cerco io abitualmente, o con persone che mi chiamano e mi danno delle indicazioni o dei suggerimenti».

Tra le varie mansioni che ti competono c’è anche quella di conduttore e mattatore di talk show. Sto parlando del famoso e imperituro “Salotto del Mandrogno”.

«Eh già. Pensa che questa è la 16a edizione, e conto di andare avanti ancora per un po’. Il pubblico risponde, cose da dire ce ne sono sempre tante, e quindi… ».

Il personaggio che ti ha colpito di più in questi anni di Salotto?

«Uno solo non basta. Sono stati tanti, a dire il vero. Penso a padre Giulio Manera, allora frate cappuccino ad Alessandria, che venne al Salotto quando nel 2003 morirono Pier Paolo Cuniolo, Maura Donato, Andrea Morando e Nicoletta Valdata in un incidente stradale mentre stavano andando al concerto di Carmen Consoli. Padre Giulio in quell’occasione parlò di vita, in un modo toccante e convincente per tutti, pur in un momento drammatico. Stando sul ludico, ricordo la puntata del Salotto dedicata a Baleta, con Gino Gemme sul palco e i vari protagonisti tra il pubblico. Serata memorabile. Un’altra occasione particolare è stata quella in cui arrivò dalla Germania una fan dell’attore alessandrino Massimo Poggio con un regalo per lui».

Parliamo del Brusasco scrittore, adesso. Diverse commedie, e tre romanzi pubblicati. Quale ti è sembrato più riuscito, del trio?

«Il secondo, direi, quello dei mondiali: “Palle tonde, teste quadre”. Dentro c’erano i miei ricordi e, in fondo, anche un po’ il mio mondo».

Sei anche autore per il cabaret. Per chi scrivi, oltre che per te stesso?

«Scrivo testi per il duo comico piemontese Marco e Mauro, e anche per l’attrice Federica Sassaroli (“Neanche le caprette mi salutano più”). È un’attività che mi piace molto».

Di tutto quello che fai, che cosa prediligi maggiormente?

«Non riesco a fare la classifica, è davvero difficile».

Adesso che cosa bolle nella tua “pentola creativa”?

«Un monologo teatrale che unisce tre mie grandi passioni: teatro, scrittura e calcio».

Facciamo lo scoop: titolo del monologo?

«“Io, lui e suo fratello”. Ma non ho neanche scritto una riga!».

Un bel sogno nel cassetto?

«Non lo so… non so nemmeno dov’è il cassetto». Non ti piacerebbe diventare famoso? «Ma no, sono contento così. Quello che viene lo prendo».

Una parola su Alessandria?

«Mi auguro più ottimismo e meno piagnistei. Usiamo il buono del passato e portiamolo nel futuro! Dovrebbe essere questo il “piano strategico” per la nostra città. Non trovi?».

A cura di Andrea Antonuccio 

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