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Le radici della nostra Fede – Non sprecate parole

Preghiera, elemosina e digiuno sono le tre pratiche quaresimali che papa Francesco cita al termine del messaggio per questa quaresima come “rimedio alla mancanza di amore”. “Dedicando più tempo alla preghiera, prosegue il papa, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi, per cercare finalmente la consolazione in Dio: Egli è nostro Padre e vuole per noi la vita”. Da sempre, seguendo l’insegnamento di Gesù, la Chiesa per il tempo forte della quaresima, oltre alla pratica del digiuno e della carità, invita tutti a intensificare la preghiera. Essa, ricorda ancora il papa, “consiste nello stare in ascolto davanti a Dio. Capita invece spesso che riduciamo la preghiera ad un’abnorme produzione di parole, convinti che la loro quantità sia utile a convincere Dio a fare ciò che noi desideriamo. Dietro a queste prassi poco pertinenti c’è spesso una cattiva educazione alla preghiera”. Ed effettivamente, se pensiamo al catechismo del passato, molti (o tutti) siamo stati educati a “dire preghiere” e non, invece, a stare “davanti a Dio per ascoltarlo”, come invece dice il papa. Abbiamo imparato a “dire parole” nella preghiera, con il risultato di essere convinti che sia la quantità a misurare la nostra fede e il nostro fervore. Su questo rischio specifico lo stesso Gesù mette in guardia con una chiarezza lapidaria: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6, 7-8). Pregare è dunque soprattutto imparare ad ascoltare Dio, è impegnarsi per fare spazio a lui e aprirgli il cuore, pregare è custodire la sua presenza dentro di noi. Non “preghiere” quindi, ma “preghiera” come atteggiamento fondamentale del credente, che dialogando con Dio, prende coscienza di essere amato in modo immeritato e smisurato da Lui. Rivolgersi a Dio, non ha tanto il senso di trascinarlo dalla nostra parte o finalmente richiamare la sua attenzione verso i nostri bisogni ma dialogare con lui e accorgersi che Dio è già dalla nostra parte, e vuole il nostro bene più di quanto noi stessi possiamo immaginare. Il cammino quaresimale può così aiutarci a riscoprire che la preghiera non è soltanto parlare a Dio, ma anche mettersi in ascolto di Dio, della sua Parola, nella buona probabilità che lui abbia cose da dirci che sono anche più interessanti e belle di quelle che noi potremmo dire a lui! Occorre però essere capaci di ascoltare: è un’arte difficile e questa è la grande sfida per noi, che il nostro tempo e la nostra cultura rendono chiusi e vogliono autosufficienti. Sapere ascoltare richiede, infatti, profonda umiltà e riconoscere di non avere in sé tutta la verità che serve. Proprio nella preghiera più alta, quella insegnata da Gesù ai suoi discepoli, il Padre Nostro, noi comprendiamo, infatti, come il nostro peccato più grande sia amare soltanto la nostra volontà, divenendo il dio di noi stessi e dimenticando, invece, quel “sia fatta la tua volontà”. “La chiesa, scriveva il card. Martini, prima di essere un comunità che fa (predica, battezza, organizza molte cose…) è una comunità che loda il Signore e ne proclama il primato assoluto, è una comunità che sta davanti a lui in silenziosa adorazione”.

Stefano Tessaglia

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