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Il razzismo nel calcio

“La testa e la pancia” di Silvio Bolloli

Sfogliando le pagine d’una delle ultime edizioni di un prestigioso quotidiano nazionale, al mattino, poco prima di iniziare il mio consueto percorso lavorativo, mi sono imbattuto nella fotografia di un supporter della Lazio, effigiato, ritengo volutamente, di spalle con la maglia numero 88 (numero utilizzato dai gruppi neonazisti per codificare il saluto “Heil Hitler”, ndr) e il nome Hitlersson sulle spalle.
La notizia è stata ovviamente stigmatizzata da tutto il mondo sportivo, il competente Ministro ha dichiarato che farà la sua parte (avrebbe forse potuto usare parole un po’ più dure), si è invocato un provvedimento punitivo esemplare nei confronti della curva dei supporter biancocelesti e, dulcis in fundo, è stato precisato come il predetto sia in fase di identificazione. Parlando di razzismo, antisemitismo e xenofobia nel mondo del calcio italiano, si va a toccare un tasto complesso e multiforme: io stesso, ad esempio, mai condivisi le critiche antixenofobe ai “buuu” verso Balotelli sostenendo che erano indirizzati all’uomo non per il colore della sua pelle quanto per gli atteggiamenti serbati dentro e fuori dal campo. Diversamente argomentando, si dovrebbe giungere all’errato assioma che si può fischiare un giocatore bianco ma non uno nero, il che sarebbe sbagliato.
Quando però si tocca il tasto della xenofobia e, soprattutto, dell’Olocausto, una tragedia che non potrà avere legittimazione né giustificazione neppure tra un milione di anni, allora il discorso cambia. Su certi temi non è lecito neppure scherzare ed è giusto che chi ne ha le competenze e le responsabilità non si limiti a fare la sua parte ma fornisca una risposta rapida e molto ferma, nei tempi e nei modi.

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