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«Il Capo dello Stato deve rappresentare l’unità nazionale»

Intervista a Renato Balduzzi, ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano

Professor Balduzzi, lunedì 24 gennaio 1.009 Grandi elettori si ritroveranno per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Prima di “addentrarci” nei meccanismi e nelle dinamiche di questa elezione, le chiedo un giudizio sul settennato di Sergio Mattarella.

«Credo che non mi faccia velo l’amicizia se dico che si è trattato di uno dei settennati più autorevoli della storia repubblicana. Nel dire questo sono del resto in buona compagnia, perché è l’opinione dei capi di Stato e di governo dei Paesi esteri con i quali abbiamo le più intense relazioni, oltre che, stando ai sondaggi, della stragrande maggioranza del popolo italiano».

Lei ritiene possibile un “Mattarella-bis”?

«Il primo ad escluderlo è l’interessato, che ha motivato la propria posizione con argomenti di diritto costituzionale e di opportunità, cui è difficile replicare, in quanto nessun mandato pubblico è ovviamente coercibile. Non mi pare, comunque, che vi sia unanimità tra le forze politiche su un secondo mandato all’attuale presidente, e soltanto un appello unanime potrebbe, forse, indurre l’interessato a una diversa ancorché sofferta valutazione. L’elezione del 2013, che riconfermò il presidente Giorgio Napolitano, non costituisce un precedente decisivo, troppo diversi essendo il contesto, i rapporti di forza politico-parlamentari, la prospettiva della legislatura, che allora era appena iniziata, oggi entra nell’ultimo anno».

Siamo in un momento molto delicato della nostra storia repubblicana, in piena emergenza Covid. Qual è, a suo avviso, il “profilo ideale” del prossimo Presidente della Repubblica?

«Stando alla Costituzione italiana, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, comma 1). In questa formula c’è tutta l’essenza della funzione e anche, implicitamente, il target della stessa. Per rappresentare bene, e non soltanto in modo formale, l’unità nazionale, il presidente deve avere in sé stesso il senso di questa unità, che è un intreccio di storia, dignità, sofferenza, moralità. In fondo, i dodici presidenti che la Repubblica che sinora abbiamo avuto rientrano tutti perfettamente in questo target: essi non avevano soltanto alle spalle esperienze istituzionali importanti, nel governo, nel parlamento o in autorità indipendenti, ma erano un pezzo di storia italiana. Ecco perché sono sempre stati, tutti, riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli italiani come super partes».

L’attuale classe politica sarà in grado di trovare un accordo sul nuovo Presidente, o si arriverà allo scontro?

«Il nostro Paese è conosciuto nel mondo, e in parte anche apprezzato, per una certa misura di imprevedibilità. Mi permetta di auspicare che, anche questa volta, riusciamo a capovolgere le difficoltà della vigilia e a realizzare una scelta giusta e condivisa, o almeno non troppo divisiva. Consideriamo altresì che la storia delle diverse presidenze dimostra che anche un presidente eletto dalla sola maggioranza politica può riuscire a diventare il presidente di tutti gli italiani: non è soltanto una questione di, per dir così, grazia di stato: è che la funzione imparziale, la cui aria si respira al Quirinale, sviluppa l’organo…».

Una domanda al costituzionalista: l’eventuale elezione di Mario Draghi al Quirinale porterebbe l’Italia, Repubblica parlamentare, ad avvicinarsi a un modello di Repubblica presidenziale, in cui il Presidente è allo stesso tempo capo dello Stato e capo del governo? In fondo, è uno scenario che diversi analisti ritengono plausibile, se non desiderabile…

«Mi sembrano analisi e analisti un po’ frettolosi. La reputazione internazionale di Mario Draghi al Quirinale gioverebbe senz’altro all’Italia, ma questo non significherebbe spostare il baricentro delle decisioni. Governare comporta fare scelte tutti i giorni, sui temi più disparati, e fare sintesi politica, necessariamente di parte anche se, si spera, orientata sempre all’interesse generale o meglio, me lo lasci dire, al bene comune. Chi sta al Quirinale non deve e non può intromettersi nelle politiche di tutti i giorni, perché ne andrebbe della sua immagine e realtà di soggetto super partes, che ciascun Presidente avverte subito come presupposto ineludibile della propria credibilità. E poi non dobbiamo dimenticare che la forma di governo parlamentare è per natura molto duttile, si presta a equilibri e connotazioni anche molto diversi. Semmai, un’eventuale trasformazione della nostra forma di governo avrebbe potuto e potrebbe derivare dall’elezione di un leader molto caratterizzato, il quale più difficilmente sarebbe nelle condizioni e nel desiderio di scrollarsi di dosso la propria storia politica. Non è casuale che la saggezza dei capi democratico-cristiani abbia sempre scelto per il Quirinale non una figura di primo piano della contesa politica, bensì una persona con un profilo istituzionale alto, ma in qualche misura meno caratterizzato».

Con Mario Draghi al Colle si andrebbe a elezioni anticipate, secondo lei?

«Non credo necessariamente. La decisione di scioglimento richiede tanti attori e tanti consensi. Si tenga poi presente che la prossima legislatura avrà un numero di parlamentari sensibilmente ridotto rispetto all’attuale. Questo fatto cambia, sotto diversi profili, i termini della situazione. Aggiungerei che l’anticipo della scadenza elettorale, perdurando la pandemia, non mi pare nell’interesse vero di nessuno».

Se lei fosse uno dei Grandi elettori, chi voterebbe?

«(Sorride) Voterei, come ho fatto nel 2013, quando sono stato elettore presidenziale, e mi adopererei perché altri facciano come me, un candidato o una candidata con quel profilo ideale che ho prima ricordato».

Andrea Antonuccio

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