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Carlo, mio figlio: intervista ad Antonia, madre del giovane Beato

Intervista esclusiva ad Antonia Salzano, la mamma del giovane Beato

«Scusa per l’attesa, ma ero rimasta indietro con delle pratiche, queste cose di lavoro sono imprevedibili (sorride)». Quella che si sente, dall’altra parte del telefono, è la voce pacata e serena di Antonia Salzano (nella foto qui a lato), 56 anni, madre di Carlo Acutis.

La storia del 15enne beatificato da papa Francesco il 10 ottobre 2020 ha fatto il giro del mondo. Un adolescente speciale che, nel suo piccolo e con un’immensa fede, converte tutti. A partire dalla sua famiglia, all’inizio cattolica non praticante, che aveva messo piede in chiesa solo per il matrimonio e la Prima comunione del figlio (ricevuta a 7 anni, per un permesso speciale). Converte prima di tutto i “suoi”, Carlo, guidandoli in un cammino di fede e spronandoli con il suo esempio. E poi “contagia” con lo sguardo tutti coloro che incontra, e in ogni ambiente della sua vita. Nel quotidiano del giovane milanese c’è la passione per l’informatica, un legame profondo con l’Eucarestia e il servizio a senzatetto e dimenticati. Fino a un bivio: ottobre 2006, una leucemia fulminante lo porta via nel giro di pochi giorni. Ma ancora una volta, di fronte alla reazione degli Acutis, si rimane stupiti. Perché anche nel drammatico evento della malattia e della morte, che avrebbe fatto crollare il mondo addosso a chiunque, Carlo e la sua famiglia continuano a portare avanti lo stesso sguardo di fede, vero e profondo, che li aiuta a leggere e comprendere anche la crudezza della realtà.

E Antonia ce lo spiega bene, qui sotto, nell’intervista. Lo racconta in un modo talmente semplice e chiaro, che disarma, lascia senza parole e mette quasi in imbarazzo. Facendoci sentire “piccoli” davanti alla grandezza di Carlo e del suo sguardo sulla realtà. Che continua, ogni giorno, con tanti segni, e miracoli, a toccare la vita di chi lo cerca e prega con lui dopo la sua beatificazione.

«Adesso ci sono» dice Antonia al telefono. Allora cominciamo…

CHI ERA CARLO

Antonia, se dovesse presentare Carlo a chi non lo conosce, cosa direbbe?

«Carlo era un ragazzo straordinario, ma nell’ordinarietà. Era, come tutti, figlio del suo tempo. Anche un grande informatico: a 9 anni leggeva i testi di ingegneria informatica che compravamo al Politecnico di Milano, e subito dopo utilizzava programmi con algoritmi complessi. Questa modernità la coniugava con l’annunciare Cristo, che era il suo interesse principale. Carlo aveva capito che il Vangelo, che non cambia mai, può essere utilizzato anche nel tempo in cui si vive, con linguaggi e modalità differenti, per essere all’avanguardia nell’annunciare. Aveva compreso che Internet era uno strumento straordinario per arrivare a tante persone. Per questo, il Papa gli ha dedicato tre paragrafi nell’esortazione apostolica “Christus vivit”, chiamandolo “influencer di Dio”. Spesso si appuntava e utilizzava delle frasi a effetto, tipo: “Non io ma Dio”, “non l’amor proprio, ma la gloria di Dio”, “tutti nascono originali, ma molti muoiono fotocopie”. Lui è morto nel 2006, non c’erano Twitter o Instagram. E quindi, in un certo senso, è stato profetico: ha capito che per comunicare con i giovani servono frasi incisive e molto brevi. Oggi queste sue parole sono oggetto di catechesi in tutto il mondo».

E come figlio, invece?

«Come figlio è stato esemplare per la sua bontà, generosità, obbedienza e per il rispetto di tutti. Anzi, nutriva proprio un forte interesse verso gli altri. Da solo, si interessava se vedeva una situazione di “periferia esistenziale”, per citare papa Francesco. Allora subito si faceva prossimo, in qualsiasi situazione: ragazzi oggetto di bullismo o che avevano difficoltà con lo studio, anziani, poveri, senzatetto. Addirittura si era organizzato, in casa, come una piccola Caritas: preparava cibo, bevande, coperte, e regalava dei fogli, da donare ai clochard, in cui segnava i luoghi dove andare a fare le docce, gli indirizzi delle mense, oppure dove chiedere per le case popolari. Come diceva madre Teresa: “Non c’è bisogno di andare a Calcutta per aiutare. Calcutta la troviamo sotto casa”. Ed è proprio così. Vivevamo in centro a Milano, e sotto casa Carlo trovava situazioni di disagio e si faceva prossimo. Per lui, ogni persona era un mondo, perché in ognuno riconosceva il volto di Cristo. Non passava, indifferente, senza guardare. Anzi, perdeva tempo, parlava, cercava di dare calore umano e non solo la monetina. Un esempio per me, per mio marito e per tutti quelli che gli sono stati accanto».

L’interesse di Carlo per gli ultimi da dove partiva?

«Questa vita protesa agli altri aveva un’origine: Carlo poneva Gesù al centro della sua vita. Infatti diceva sempre: “L’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo”. Fece la prima comunione a 7 anni, e scrisse: “Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita”. Da allora tutti i giorni andava a Messa, faceva l’Adorazione eucaristica e recitava il Rosario, che chiamava l’appuntamento più “galante” della giornata perché la Madonna era la donna della sua vita (sorride). Era anche ironico. Un’ironia evangelica, dovuta alla sua pace e tranquillità».

Convivevate con quella pace dal sapore di santità.

«San Francesco di Sales diceva: “La santità la si vede quando una persona è da sola e fa le stesse cose che farebbe davanti a tutti”. Lui, anche da solo, si comportava allo stesso modo. Era sempre generoso, di buon umore, obbediente. Non parlava mai male di nessuno, mai una critica, sempre propositivo e allegro. Anzi, diceva che “la tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”. Aveva questa visione della vita».

LA MALATTIA E LA MORTE

Questa visione cambia quando arriva la malattia?

«No, lui ha sempre vissuto in chiave di assoluto la sua vita. Provo a spiegarmi meglio. Spesso si vive come se avessimo due linee ideali parallele: in una la fede, nell’altra la vita reale. Due linee che non si incontrano mai. Carlo era l’opposto, un testimone autentico che portava la sua fede in tutti gli ambiti della vita. I cristiani devono essere “sale della terra e luce del mondo”, testimoni veraci. Non si può credere a parole, ma non testimoniare nel quotidiano. Carlo, invece, viveva la fede in chiave di assoluto e nel momento della prova, disse: “Sul Golgota ci saliremo tutti, prima o poi”. Viveva la morte come il passaggio alla vera vita: “Quando moriamo, da bruchi diventiamo farfalle” diceva spesso. Infatti, questa leucemia fulminante non l’ha colto impreparato, ma è stato il coronamento di una vita vissuta con al centro Cristo».

Che ricordo ha di quei momenti? Come li avete vissuti?

«La malattia che in una settimana se l’è portato via all’inizio sembrava un’influenza. Non ci eravamo preoccupati, perché anche molti altri suoi compagni di classe si erano ammalati. In quei giorni, Carlo ci aveva detto: “Offro le mie sofferenze per il Papa, per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso”. Lì per lì non abbiamo dato peso a quelle parole, era un ragazzone alto 1.82 e in piena salute. Non pensavamo covasse una leucemia fulminante. Un’altra cosa strana è avvenuta due mesi prima di ammalarsi. Carlo aveva fatto un video in cui si riprendeva: “Quando peserò 70 chili sono destinato a morire”, fa un sorriso e guarda il cielo. Quel video l’ho ritrovato sul computer dopo la sua morte. Da piccolo diceva sempre: “Morirò perché mi si romperà una vena nel cervello”. E io: “Basta, Carlo, smettila”. Alla fine è morto proprio di emorragia celebrale…».

Come è possibile vivere la morte del proprio figlio con questo sguardo di fede e speranza?

«Sono abituata a vedere la morte come passaggio. Vederla con terrore significa non avere fede nel Vangelo. Se una persona ha così paura della morte, vuol dire che non si fida di Dio. Nella vita bisogna accettare le cose belle e le cose brutte. Con la morte e resurrezione, il Signore non ci ha tolto il peccato originale, ma ci ha promesso la vita eterna. La possibilità di ricondurci a Lui, in eterno. Non guardare questa realtà, e quindi vedere la vita solo orizzontale e non verticale, è fare come lo struzzo che mette la testa sotto terra e non vuole vedere».

È mai stata arrabbiata con Dio? Anche solo per un istante…

«(sospira) Durante quei giorni mi veniva in mente il libro di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”. Proprio in quei momenti ho capito che c’era una volontà superiore. Mi spiego…».

Prego.

«A Milano c’è l’usanza della pesca del santino. A inizio anno ci si ritrova e si estrae un santo che ti seguirà per tutto l’anno. Carlo, ogni anno, prendeva la Sacra famiglia, la Madonna, l’assunzione di Maria: non ha mai preso un santo “normale” (sorride). L’anno che è morto, invece, ha pescato Sant’Alessandro Sauli, vescovo di Pavia e patrono della gioventù studentesca. E, guarda caso, è morto proprio nel giorno in cui si festeggia questo santo. Questo per dire che, in ogni segno, abbiamo visto chiaramente la mano del Signore. Ci siamo resi conto che aveva una bontà e una fede fuori dal normale, ma pensavamo che la sua missione fosse sulla terra, non in cielo. Invece poi abbiamo capito che il Signore lo chiamava a una missione con Lui. E di questo disegno speciale ce ne siamo accorti anche al suo funerale».

In che senso?

«Sembrava una festa, la chiesa era talmente piena che molti rimasero fuori. Tra questi c’erano tanti stranieri e senzatetto, tutti i suoi amici di “strada”. E poi ci sono stati i primi miracoli, perché in tanti avevano iniziato a pregarlo. Una signora con un tumore al seno, senza aver fatto la chemio, lo ha pregato ed è guarita di colpo. Mentre un’altra donna di 44 anni che non poteva avere figli, dopo essersi affidata a lui, è rimasta incinta e ha avuto un bambino. Si sentiva già la sua fama di santità. Per questo la Chiesa ha aperto il processo di beatificazione».

LA BEATIFICAZIONE E GLI ANEDDOTI

Proprio per la beatificazione è stato scelto un miracolo avvenuto nel settimo anniversario della morte di Carlo. Protagonista è Matheus, 6 anni, un bimbo di Campo Grande, in Brasile, nato con il pancreas biforcuto, una malformazione che non gli consente di digerire cibi solidi. Il 12 ottobre 2013, dopo una novena con tutta la comunità, il sacerdote passa un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente. Il giorno dopo, Matheus ricomincia a mangiare: il pancreas è tornato nella norma, senza intervento chirurgico. Inspiegabilmente.

«Di miracoli ce ne sono tanti. Ne abbiamo scelto uno, ma Carlo continua a farne, ancora oggi. Ogni due giorni mi arrivano testimonianze di guarigioni e conversioni. Questo è Dio che, attraverso Carlo, opera e concede le grazie».

Anche a lei ha concesso una grazia: le ha detto che sarebbe diventata di nuovo mamma. E infatti, nel 2010, sono nati i gemelli Francesca e Michele.

«Sì, l’ho sognato dopo la morte. Carlo, per incoraggiarmi, mi disse che sarei diventata di nuovo mamma di due figli. E questa cosa mi ha sempre spronato ad andare avanti, nonostante fossi scoraggiata, perché sapevo che la gravidanza sarebbe stata molto difficile, avevo più di 40 anni. Ora sono certa che ci sia stata un’intercessione particolare. Per esempio, la data di nascita dei gemelli era prevista proprio nel giorno della morte di Carlo. Poi sono nati in anticipo, perché siamo dovuti ricorrere a un parto cesareo. Ma la firma di Carlo c’è stata, inconfondibile».

E i suoi due figli che cosa pensano di questo fratello “speciale”?

«Hanno un bel rapporto, non l’hanno conosciuto ma lo sentono come uno di famiglia. Sono due bambini che hanno seguito le orme del fratello: hanno una grande fede, vanno a Messa tutti i giorni e dicono il Rosario. Anche loro hanno consapevolezza della vita eterna. E se uno vive in quest’ottica, la vita assume un altro significato. Carlo diceva: “Ogni minuto che passa è un minuto in meno che abbiamo per santificarci”».

In questi anni abbiamo sentito diversi aneddoti su suo figlio. Per esempio, so che Carlo era molto parsimonioso nel comprare vestiti costosi…

«Era lui il primo a dare l’esempio. Se volevo comprargli un nuovo paio di scarpe, mi diceva di dare quei soldi ai poveri. Con se stesso era molto parco, trovava assurdo lo spreco di soldi quando ci sono bambini che muoiono di fame ogni minuto. Aveva un grande senso civico e morale, che fa impressione in un bambino così piccolo. La sua felicità non consisteva nei beni materiali o nelle firme dei vestiti. I giovani d’oggi sono incapaci di esprimere un’originalità, non riescono a esporre loro stessi, si nascondono dietro alle marche che sembrano dare una sicurezza. Ma costruiscono la loro vita sulla sabbia, non sulla roccia. La nostra roccia deve essere Cristo, tutte le altre cose sono dei sostituti. L’uomo è fatto per amare Dio, e se non accade si finisce per amare altre cose, a volte sbagliate. Se la sicurezza viene dalle firme, dagli iPhone o dalle amicizie su Facebook, allora Dio non è al centro della nostra vita e viene sostituito. Carlo dava l’esempio, non predicava mai senza mettere in pratica le sue idee».

CARLO ACUTIS, OGGI

Oggi Carlo che cosa direbbe ai giovani?

«Che ognuno è unico e irripetibile, che Dio ha pensato a un progetto speciale per tutti. Ognuno ha un’impronta digitale diversa, quindi ogni persona ha la sua unicità. Direbbe di cercare le proprie sicurezze non nelle cose che passano, ma in quelle che rimangono per la vita eterna. Solo Dio è colui che ci può dare la felicità, quindi bisogna nutrire anche l’anima, altrimenti rischiamo di essere soffocati dal mondo e non riconoscere la vera luce che ci guida alla vita eterna. Carlo ricorderebbe: “Siamo pellegrini di questo mondo, la nostra meta è il Cielo”».

Sarà Santo?

«E chi lo sa, lui dice di sì… In un sogno mi ha detto che sarebbe diventato Beato e poi Santo. Il primo passo è stato fatto. Vedremo se prima o poi faremo centro anche con il secondo… (sorride)».

Se lei lo avesse davanti, adesso?

«Non direi niente, perché Carlo ce l’ho sempre davanti. Non mi serve vederlo. Continuerei a fare e dire quello che faccio e dico sempre. Parlare con il Cielo è come quando ci si connette a Internet: se preghi, c’è connessione e puoi “navigare”. Così è con Carlo, il nostro dialogo non si è mai interrotto».

Lo sogna spesso?

«Sì, spesso. Non solo io, ma anche mia madre e tante persone. Lo fanno, i beati e i santi, il Signore lo permette a queste anime speciali. Ma non sono cose importanti. Fondamentale è continuare con la fede, la carità e la speranza. Che ci guidano nel cammino terreno».

Cosa le manca di suo figlio?

«Egoisticamente, mi mancano la sua simpatia e la sua allegria. Con me c’era un’unione speciale, ero la mamma: lo vedevo sempre, stavo sempre con lui, era figlio unico. Però questo rapporto continua, anche se in una modalità diversa: anche se fisicamente non lo vedo, il nostro non è un addio, ma un arrivederci. Vivo con la speranza e la certezza che prima o poi ci rincontreremo. Speriamo in Paradiso… perché sarebbe brutto che un figlio andasse a trovare la mamma in purgatorio!».

Alessandro Venticinque

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