«Cristo è sepolto sotto le macerie»

«Esprimo il mio profondo dolore per l’attacco dell’esercito israeliano contro la parrocchia cattolica della Sacra Famiglia in Gaza City… Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza. Chiedo nuovamente che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto. Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione. Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede». Le dure parole di papa Leone XIV, durante l’Angelus di domenica 20 luglio da Castel Gandolfo, suonano come un monito per l’umanità.

L’ATTACCO NELLA PARROCCHIA DI GAZA

L’attacco a cui fa riferimento il Pontefice è avvenuto nella mattinata di giovedì 17 luglio, quando un carro armato israeliano ha colpito la parrocchia latina della Sacra Famiglia a Gaza, causando tre morti e undici feriti tra i rifugiati. Tra i feriti anche il parroco padre Gabriel Romanelli, che ad AgenSir ha raccontato: «La vita è spezzata, la situazione è davvero grave. Eppure, in questo buio, brilla ancora una luce: la fede della nostra gente. Accanto alla realtà tragica della morte di tanti, soprattutto bambini, fin dall’inizio di questa guerra, c’è la straordinaria pazienza di chi vive qui. Anche tra tanto dolore, tanti si mettono a servizio degli altri. È qualcosa che commuove».

Quello di giovedì mattina è stato un attacco inaspettato, anche per il sacerdote italo-argentino: «È stata una totale sorpresa. Non ce lo aspettavamo. Da 17 giorni c’erano operazioni militari nel nostro quartiere. Cercavamo di fare in modo che tutti restassero dentro, ma non si può rimanere chiusi per 17 giorni in un posto senza nemmeno un bagno. Per forza si doveva uscire ogni tanto, ma lo si faceva in fretta. Nonostante ciò, anche chi era al riparo sotto un tetto è stato ferito: io stesso, padre Youssef, il mio vicario parrocchiale e il nostro giovane postulante Suhail Abo Dawood. L’attacco ha colpito la parte del frontone della chiesa dove si erge la croce alta circa due metri. Le schegge metalliche e i detriti caduti dall’alto hanno provocato feriti e morti. L’interno della chiesa, fortunatamente, è rimasto integro. Solo le vetrate sono andate distrutte».

Le vittime sono tre: Saad Salameh, 60 anni, il custode della parrocchia; Fumayya Ayyad, 84 anni, che si trovava nella tenda Caritas adibita al supporto psicosociale; e Najwa Abu Daoud, circa 70 anni, che si trovava nella tenda con Ayyad.

In questi giorni non è mancato il supporto di papa Leone, come spiega Romanelli: «Ci ha chiamati. Ha chiamato il patriarca e ha cercato di contattare anche noi. Io, in quel momento, non avevo linea e non ho potuto rispondere, ma ha parlato poi con padre Carlos e padre Youssef. Il Papa ci ha espresso la sua vicinanza, la sua preoccupazione e la sua preghiera per noi. È successo venerdì mattina, e ci ha dato grande conforto».

LA VISITA DI PIZZABALLA

E, proprio venerdì mattina, il patriarca latino di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, insieme con il patriarca greco-ortodosso Teofilo III, è entrato a Gaza. Un gesto di vicinanza e di umanità, che il porporato italiano ha dimostrato rimanendo nella comunità cristiana fino a domenica, celebrando e pregando insieme alla comunità cristiana nella Striscia. «Non sarete dimenticati» rassicurava dall’altare il cardinale mentre il rimbombo dei proiettili interferiva con la traduzione dall’inglese all’arabo. «Non siete dimenticati. Siete nei cuori di tutte le Chiese e di tutti i cristiani del mondo. Quando tornerò a Gerusalemme, posso assicurarvi che faremo tutto il possibile per fermare questa guerra insensata. Ci lavoreremo e alla fine ce la faremo. Ogni volta che vengo qui a trovarvi, ricevo da voi molto di più di quanto io possa darvi e torno a casa arricchito. Rimanete saldi in Gesù. Tutto il mondo vi guarda. Siate luce non solo per Gaza ma per il mondo intero».

CRISTO SOTTO LE MACERIE

Significative le parole di Pizzaballa nella conferenza stampa convocata al Notre Dame Jerusalem Center, martedì 22 luglio: «Cristo non è assente da Gaza. È lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie, presente in ogni gesto di misericordia, in ogni mano che consola, in ogni candela accesa nel buio. Abbiamo camminato tra la polvere delle rovine, oltre edifici crollati e tende ovunque: nei cortili, nei vicoli, per le strade e sulla spiaggia, tende che sono diventate case per chi ha perso tutto. Ci siamo trovati in mezzo a famiglie che hanno perso il conto dei giorni dell’esilio perché non vedono alcun orizzonte per un ritorno. I bambini parlavano e giocavano senza battere ciglio: erano già abituati al rumore dei bombardamenti. Siamo tornati col cuore spezzato».

Ma, in mezzo al dramma della guerra, c’è ancora speranza: «Ci siamo imbattuti in qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che rifiuta di estinguersi. Madri che preparano cibo per altri, infermiere che curano con dolcezza, persone di tutte le fedi che ancora pregano un Dio che non dimentica. La comunità internazionale forse li ha abbandonati, ma la Chiesa no. Non li abbandonerà mai».

Il cardinale italiano ha rilanciato un appello alla comunità internazionale: «Ciò che accade a Gaza è moralmente inaccettabile e ingiustificato. Occorre proteggere i civili, impedire punizioni collettive e lo spostamento forzato della popolazione. Si applichi la legge umanitaria. Si ponga fine a questa guerra».

Infine, Pizzaballa ha ribadito: «Oggi leviamo la nostra voce in un appello ai leader di questa regione e del mondo: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Deve esserci un modo per restituire la vita, la dignità e tutta l’umanità perduta. Quando questa guerra sarà finita, avremo un lungo viaggio davanti a noi per iniziare il processo di guarigione e riconciliazione tra il popolo palestinese e il popolo israeliano, dalle troppe ferite che questa guerra ha causato nella vita di troppi: una riconciliazione autentica, dolorosa e coraggiosa. Non dimenticare, ma perdonare. Non cancellare le ferite, ma trasformarle in saggezza. Solo un percorso di questo tipo può rendere possibile la pace, non solo politicamente, ma anche umanamente».

LA TELEFONATA TRA LEONE E ABBAS

Nella mattinata di lunedì 21 luglio, papa Leone XIV ha ricevuto una telefonata da Mahmoud Abbas, presidente dello Stato di Palestina, sui recenti sviluppi del conflitto nella Striscia di Gaza e delle violenze in Cisgiordania. A riferirlo, un comunicato stampa della Sala Stampa della Santa Sede. Nel corso della conversazione telefonica, il Papa ha rinnovato l’appello al pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, sottolineando l’obbligo di proteggere i civili e i luoghi sacri e il divieto dell’uso indiscriminato della forza e del trasferimento forzato della popolazione. Considerata la drammatica situazione umanitaria, scrive la Sala Stampa vaticana, si è enfatizzata l’urgenza di prestare soccorso a chi è maggiormente esposto alle conseguenze del conflitto e di permettere l’ingresso adeguato di aiuti umanitari. Infine, conclude la nota, Leone XIV ha ricordato la “fausta ricorrenza del decimo anniversario dell’Accordo Globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina”, firmato il 26 giugno 2015 ed entrato in vigore il 2 gennaio 2016.

CONTINUIAMO A TESTIMONIARE CRISTO

Chiudiamo con l’appello di padre Romanelli, dopo la visita del cardinal Pizzaballa: «Continuiamo a testimoniare Cristo con la nostra presenza, con la preghiera, aiutandoci a vicenda, aiutando i vicini. Il mondo intero deve capire che la guerra non può avere l’ultima parola. Ieri abbiamo pregato per tutte le vittime della guerra, senza distinzioni. Abbiamo pregato per la libertà dei prigionieri, per la liberazione degli ostaggi. Noi vogliamo la pace. Ma la prima cosa da fare subito è fermare questa guerra. Continueremo a pregare, ad aiutare i più vulnerabili, a lavorare per la pace e a chiedere al Signore che perdoni tutti i responsabili di questa guerra».

Alessandro Venticinque

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