Gelindo 101: torna al Teatro San Francesco la Divòta Cumédia. Dal 25 dicembre

«È una storia che parla di noi e di come ci accostiamo al Mistero della nascita di Gesù»

 

Gelindo ritorna, anche quest’anno, con l’edizione numero 101. La tradizionale Divòta Cumédia, in scena al Teatro San Francesco di Alessandria (a pagina 13 la locandina realizzata da Matteo Polla), prevede un lungo programma che parte dalla sera di Natale, il 25 dicembre, sino a domenica 11 gennaio. Sul palco (e impegnati nella realizzazione dello spettacolo) i membri dell’associazione San Francesco. Tra loro c’è anche Luca Visconti (nel tondo), da sempre impegnato con Gelindo: «Come tanti “gelindiani”, da quando a 5 o 6 anni ero fra gli angioletti, ovvero da più di 45 anni. Mio papà era Luigi Visconti, che ha iniziato a partecipare alla Cumédia quando aveva circa dieci anni, intorno al 1940… tutta la nostra famiglia da sempre è dentro l’associazione San Francesco. Oggi sono rimasto con mia sorella Luisa e mio fratello Marco a dare una mano per Gelindo. E, per qualche mese all’anno, questa rappresentazione va in parallelo con la nostra vita (sorride)».

Luca, in quale ruolo sarai impegnato?

«Dopo aver interpretato Tirsi per 27 anni, e prima ancora Narciso, da otto anni interpreto Mafé, insieme a Marco Panizza. Si tratta del vecchio ex garzone che è rimasto a vivere con Gelindo: è una parte che mio papà ha interpretato per diversi decenni, alla scuola di Enzo Bocca insieme all’amico Giovanni Moraschi. Alessandria si è intrecciata molto con la vita del Gelindo».

Come si ricomincia ogni anno?

«Intanto si riparte con l’amare questo spettacolo, altrimenti non saremmo qui. C’è un gruppo che porta avanti questa iniziativa e trascina a sua volta tutti gli altri. Ci si prepara con le prove, che si fanno perché vogliamo affinare le nostre piccole capacità attoriali e di messa in scena, e per inserire altri “artigiani del palcoscenico”. Poi si iniziano a preparare i vestiti, gli scenari e le attrezzature che serviranno per lo spettacolo. Da una parte c’è l’emozione, dall’altra il pragmatismo. Ma si parte sempre dall’affezione, che è veramente tanta… A tal proposito vorrei darvi anche una notizia».

Prego.

«I nostri amici attori professionisti Gualtiero Burzi e Alberto Basaluzzo stanno girando un documentario sul nostro Gelindo. Dovrebbe essere pronto per il 2026».

Aspettando Gelindo, quali saranno le novità di questa edizione?

«Per i bambini piccoli si cerca tra amici o compagni di scuola, per inserirli nella parte di Narciso, degli angioletti o dei paggi. Come tutti siamo partiti facendo gli angeli o i paggi, per poi passare a ruoli tecnici, come luci e musiche, arrivando poi alle parti recitate. Il mio “curriculum” è simile a quello di tanti altri. Per quest’anno avremo un nuovo Medoro, che è Massimiliano Lamborizio. E poi abbiamo qualche nuovo Narciso, una parte che viene recitata dai bambini solo per qualche anno, per ovvi motivi».

E poi c’è la famosa Businà.

«La stanno studiando e mettendo a punto i nostri amici Mauro Caselli e Gigi Raiteri, che sono i due Gelindo di questi anni. Sono bocche cucite, non sappiamo nulla dei temi (sorride). Gelindo è un’opera d’arte che non ha mai smesso di dire quello che vuole dire. E ha una frase che si adatta a qualunque situazione della vita. Chi lo fa e chi lo viene a vedere da sempre conosce bene ciò che dico: questo personaggio ha una finezza di intuizioni umane e religiose che è sopra la media».

Cosa ti stupisce di Gelindo?

«Mantiene la freschezza, nonostante i 101 anni di rappresentazione, perché nasce dalle voci del popolo. Era nato come testo aulico, all’inizio c’erano personaggi importanti come Ottaviano ed Erode. Poi dagli Anni 60 il copione è stato revisionato, dando più spazio alle radici mandrogne. Proprio per questo non smette mai di essere coinvolgente, profondo. E parla anche di noi: schietti, generosi ma chiusi, un po’ sospettosi, con una innata ironia alessandrina. Questo emerge in ogni scena, ma soprattutto nel rapporto tra Gelindo e il “potere”, dall’Impero romano ai governatori della Galilea di allora e persino dei Re Magi. Non si fida nemmeno di loro e non gli indica la strada (sorride). Anzi, a loro dice: “Io non so, andate a chiedere lì in fondo, non ne voglio sapere niente”. Una diffidenza tipica alessandrina. C’è il non fidarsi delle persone, ma c’è l’affidarsi a Dio. E Gelindo e i suoi pastori non perdono mai l’umanità di fronte alla nascita del Bambino. Anzi, bisticciano tra di loro anche davanti a Gesù, con una naturalezza degna di teatri di altro livello».

Perché lo spettatore apprezza Gelindo?

«Perché ci si riconosce, è uno specchio di noi e di tutti coloro che lo vengono a vedere. Non necessariamente credenti, ma c’è talmente tanta umanità che non si può non affezionarsi. Io credo ci sia una immedesimazione, forse inconscia, tra il pubblico e questo pastore che tenta di tirare avanti, per come può, nella semplicità della vita. Poi ci sono tanti aspetti che non passano mai di moda. Per esempio, quando Gelindo rimbrotta Tirsi perché è un fannullone, e gli urla: “Io alla tua età, alla tua età… ero più giovane”. In una battuta, c’è un trattato di psicologia dell’eterno dissidio tra anziani e più giovani».

La tradizionale rappresentazione alessandrina non si è mai fermata.

«Non si è mai fermata. Durante la guerra si rappresentava al pomeriggio, con un orecchio teso alle sirene che tenevano in allarme su eventuali bombardamenti. Lo raccontava il primo Gelindo storico, Domenico Arnoldi, il “capuriòn” della compagnia, dagli anni della fondazione fino agli Anni 70. E non ci siamo fermati neanche durante il Covid: non potevamo rappresentarlo con il pubblico, ma insieme al nostro amico fotografo Paolo Tonato abbiamo proposto dei piccoli documentari su YouTube. Parlando dei protagonisti, dei personaggi secondari, della storia e del dietro le quinte. Sono ancora visibili sul canale “Gelindo dei Frati di Alessandria”».

Un invito alla prossima Divòta Cumédia.

«Se si viene con il cuore aperto e voglia di ascoltare, è una miniera di risate e saggezza che alimenta il desiderio di tornare alle cose più vere della vita. Gelindo fa bene alla salute (sorride). Chi non lo conosce e ha paura del dialetto, può stare tranquillo: la storia è molto semplice, si può perdere qualche finezza nelle battute ma è uno spettacolo mimico e godibile. Ed è tutto molto bello: dalla scenografia, dipinta dal pittore Cesare Mussi di Novara, ai vestiti cuciti da Fra Siro, negli Anni 60. C’è un calore che coinvolge. C’è l’aspetto religioso, la saggezza dei vecchi, che poi non sono così tanto saggi, ci sono i giovani che non hanno voglia di lavorare. C’è l’ignoranza e la sapienza istintiva delle nostre terre. Un coinvolgimento che non finisce lì… dopo si ha ancora voglia di rivederlo. Altrimenti non saremmo qui a parlarne».

Ultima battuta: qual è il legame tra Gelindo e l’aspetto religioso?

«Gelindo è un presepio, con un tocco ironico. Abbiamo il mondo francescano: in primis, perché il presepio stato inventato da San Francesco da Assisi; e poi perché gli introiti vengono donati totalmente alla mensa dei poveri di via Gramsci. Noi ci divertiamo facendo anche del bene. Mi sento di dire che l’aspetto religioso è centrale, altrimenti se fosse solo uno spettacolo comico potremmo finirlo domani. In Gelindo c’è una visione dell’uomo che va al di là delle contingenze quotidiane, lo si respira in ogni scena. È un racconto popolare della venuta di Gesù tra di noi. E di come noi, ignoranti e malfidenti, ci accostiamo a questo Mistero. La parte finale di Gelindo è una poesia: quando saluta il Bambino che se ne va, fuggito in Egitto, lascia tutti con il desiderio di avere più fede. Quella nostalgia te la porti a casa, ed è una finestra sulla fede popolare che andrebbe riscoperta e rispettata».

Alessandro Venticinque

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