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Le radici della nostra Fede – Non sappia la tua sinistra…

«Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! Come vorrei che, in quanto cristiani, seguissimo l’esempio degli Apostoli e vedessimo nella possibilità di condividere con gli altri i nostri beni una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa». Così papa Francesco si è espresso nel Messaggio per questa Quaresima, sottolineando l’importanza della carità come impegno della vita cristiana, specialmente nel tempo quaresimale, insieme alla preghiera e al digiuno. «Come vorrei, prosegue il pontefice con parole illuminanti, che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?». Ed è vero, se ci pensiamo, che l’elemosina è un modo concreto di venire in aiuto ai fratelli bisognosi ma, al tempo stesso, è anche un bene per chi dona, poiché aiuta a liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni. E quanto sia potente la suggestione delle ricchezze, e quanto netta debba essere la nostra decisione di non farne il senso della nostra vita, il nostro “dio”, lo afferma Gesù stesso in maniera perentoria: «Non potete servire Dio e il denaro» (Lc 16,13). Le parole del Signore, poi, mettono bene in luce una caratteristica della carità cristiana: non deve cercare pubblicità. «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra», dice Gesù, «perché la tua elemosina resti segreta» (Mt 6,34). E poco prima aveva intimato di non
vantarsi delle proprie buone azioni, per non perdere la vera ricompensa, quella che viene da Dio (Mt 6,1-2). L’impegno dei cristiani deve essere che tutto serva al bene dei fratelli e renda gloria di Dio: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Questa consapevolezza deve accompagnare ogni gesto di carità, evitando così che si trasformi in occasione per mettere in risalto noi stessi. Infatti, servirebbe a poco donare i propri beni agli altri, se poi il cuore si riempie di orgoglio e vanagloria; i discepoli del Signore, invece, non dovrebbero cercare un riconoscimento umano per il bene compiuto, ma essere pieni di fiducia, perché sanno che il Padre «vede nel segreto e nel segreto ricompenserà» (Mt 6, 18). Invitandoci così a considerare le opere di carità con uno sguardo più profondo e spirituale, che vada oltre a questa dimensione solamente umana, impariamo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35) e che quando agiamo con amore e senza egoismo, testimoniamo a noi stessi e agli altri l’esempio di Gesù, che ha dato tutta la sua vita per i fratelli. Infine, c’è un ultimo aspetto: S. Pietro, nella sua prima lettera, tra i molti frutti spirituali portati dell’elemosina cita specialmente il perdono dei peccati: «La carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). Come spesso sentiremo ripetere nelle prossime settimane nella liturgia quaresimale, Dio offre a tutti la sua misericordia e la possibilità di essere perdonati. In questo un ruolo primario lo riveste proprio la carità, che avvicinandoci agli altri, ci avvicina anche a Dio e può diventare un mezzo di vera riconciliazione con Lui e con i fratelli.

Stefano Tessaglia 

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