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Il liceo Plana e il suo segno

Fra storia passata e recente, uno sguardo “da dentro”

Il Plana, l’alma mater di molti alessandrini, in questi giorni piange il professor Roggeri, per vent’anni insegnante di inglese tra le sue mura.

Il liceo dura solo cinque anni, poi ciascuno prende strade diverse, e c’è chi vuole dimenticare il greco e il latino l’attimo dopo aver superato l’esame di maturità, c’è chi invece prosegue sulle orme degli antichi, ma una cosa è certa: quello che si impara lì dentro, difficilmente ci abbandona. È quasi scontato dire che da quelle aule sono passati Umberto Eco, le Parodi, Gene Gnocchi, ma credo sia più bello considerare che il Plana sia in realtà fatto non da i grandi nomi degli illustri alumni, ma piuttosto dagli studenti che tutti i giorni abitano il bell’edificio in Piazza Genova come casa loro, e così, come impariamo dai classici, non guardiamo solo al passato, ma anche al futuro. È naturale, in tutte le scuole -alle superiori in particolar modo- si ride, si piange, ci si infervora, si cercano tutti gli escamotage  per sopravvivere, ma al Plana questo è un po’ diverso: gli studenti -e di conseguenza i professori- sono così pochi che è come una grande famiglia.

All’intervallo si scambia un saluto con tutti, un sorriso, tutti sono più o meno volti noti…

La sede risale al 1929, come dice l’iscrizione sul balcone della presidenza, ma la sua storia inizia prima, con la legge Casati (1859)  che lo fece nascere come primo “liceo ginnasio” della provincia. L’intitolazione a un matematico si spiega con la fama di cui Giovanni Plana godette come “allievo prediletto di G.L. Lagrange”, ma possiamo interpretarla come simbolo di unione tra scienza e humanitas, che non debbono mai andare separate. L’edificio, restaurato di recente, presenta una facciata sobria ma raffinata, e all’interno conserva la presidenza con l’arredo originale, due biblioteche (di cui una organizzata con il metodo “a scaffalatura compatta”) e, pezzo forte, un incunabolo tedesco del XV secolo, attualmente in corso di traduzione, nonché un piccolo museo di storia naturale e macchine per esperimenti di fisica dei primi del ‘900.

Quello però di cui gli studenti vanno orgogliosi è l’aula magna, sul cui soffitto campeggia l’affresco – chiaramente ispirato alla “Scuola di Atene”- raffigurante (cito testualmente) “il matematico prof. Giovanni Plana […]” che “tiene cattedra di astronomia”, e che nel frattempo guarda benigno gli studenti alle assemblee.

Io ne sono appena uscito, e posso dire di aver imparato lì ad apprezzare la razionalità, di aver amato i classici per quello che ancora hanno da dirci e per la bellezza di quello che ci hanno lasciato.

Il 14 ci sarà l’open day, e frattanto ho un consiglio da rivolgere ai futuri classicisti: “Perfer et obdvra, dolor hic tibi proderit olim”, è il motto della scuola: fatelo vostro.

Matteo Zaccaro

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