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«Prima in chiesa rubavo. Ora mi inginocchio»

La Comunità Cenacolo in festa: intervista a David

Alcol e droga mi hanno fatto perdere tutto. Poi qualcuno mi ha salvato

Domenica 22 la Comunità Cenacolo di Montecastello, in località San Zeno, festeggia i dieci anni dall’apertura della casa. Abbiamo chiesto a David, responsabile della casa, di raccontarci la sua storia.

David, tu perché sei qui al Cenacolo?
«Sono qui perché ho fatto delle scelte diverse rispetto a quelle di un ragazzo normale. Inizialmente sono entrato perché avevo problemi con alcol e cocaina. Strada facendo mi sono accorto che quello non era il problema, era la conseguenza dei problemi che già avevo. Non ero un matto psichiatrico, ma avevo un orgoglio al di fuori della norma, ero convinto di poter fare qualsiasi cosa senza l’aiuto di nessuno. Ricordo che già da bambino non mi piaceva studiare, i compiti non sapevo da che parte iniziarli, con i compagni di classe litigavo… Già da ragazzo non riuscivo a portare a termine le cose che iniziavo. Ho fatto 12 anni di judo, sono arrivato alla cintura marrone e a poche settimane dalla cintura nera ho litigato con il maestro. Troppa responsabilità e troppo sacrificio. Non era per me».

Le tue dipendenze quando sono iniziate?
«A 15 anni, con gli spinelli. Poi a 17 ho iniziato a lavorare nella rosticceria di mio padre, dopo aver lasciato la scuola in prima superiore. A quell’età avevo già dei bei soldini in tasca, vedevo i più grandi divertirsi, e così ho iniziato con la cocaina. Quando sono partito per il militare, a 18 anni, ero già “pieno”. Lontano da casa, con i soldi in tasca, per me è stata una vacanza. Quando tornavo a casa in licenza facevo il carico di sostanze e le riportavo in caserma, anche rivendendole. Guadagnavo ancora di più e avevo ancora più soldi per i miei divertimenti. Inizialmente non mi rendevo conto della dipendenza, ma quando ci cadi dentro diventi uno schiavo. Tanto che, tornato a casa, mio padre mi aveva detto: “A te è successo qualcosa”».

Cosa hai fatto, quando sei tornato a casa?
«Ho ripreso a fare il cuoco. Adrenalina a mille, orari assurdi e in casa ci stavo poco sia per gli orari di lavoro che per le litigate dei miei genitori, con mio padre che anche lui aveva dei problemi con l’alcol. Prima di mezzanotte non uscivo dalle cucine, e la notte in giro ho scelto delle brutte strade. Con il lavoro e con le responsabilità non avevo un grande feeling: se mi venivano date delle scadenze precise o affidate delle grandi responsabilità andavo fuori di testa. Non reggevo la tensione e l’unico modo per scaricare erano le mie dipendenze».

A un certo punto perdi il lavoro…
«Ne ho persi tanti, strada facendo, perché i datori di lavoro e i colleghi capivano che ero uno squinternato e mi cacciavano via. La compagna mi aveva lasciato e anche mia madre mi aveva lasciato fuori casa. Fino che avevo soldi dormivo in albergo e continuavo a lavorare. Finiti i soldi ho iniziato a vivere per strada e ho lasciato anche il lavoro, vivendo da vagabondo. Anche lì mi sono reso conto che era tutto dovuto alle responsabilità. Adesso che sono il responsabile della casa non so nemmeno io come ce la faccio (sorride)… davvero Maria e il buon Gesù mi aiutano tanto».

La vita da vagabondo quanto è durata?
«Circa un anno e mezzo. Ho avuto la fortuna di vivere in una città come Milano, che per i senzatetto offre davvero tanto. Docce comunali, mense della Caritas e servizi di dentisti e dottori a titolo gratuito. Per mantenere una mia dignità tutte le mattine mi facevo doccia e barba, indossavo vestiti sempre puliti. La prima tappa della giornata era andare nei supermercati a rubare: entro le 10 del mattino la prima bottiglia di vodka era già bevuta. Mi hanno beccato più di una volta, ma per fortuna mi hanno lasciato andare. Sono stato arrestato per un tentato furto pluriaggravato: avevo provato a rubare un’auto elettrica del comune di Milano. Pieno di spirito, che non era quello Santo, ho sfasciato 12 auto per cercare di portarne via una. Mollato il colpo, sono salito sull’autobus per tornare nella scuola abbandonata dove alloggiavo, e lì mi ha fermato la polizia. La mattina dopo, al processo per direttissima il giudice mi ha detto: “Ci vediamo il 5 dicembre”. A quell’appuntamento non mi sono mai presentato… avevo paura di finire in carcere! Avevo anche pensato che mi potesse essere comodo qualche mese in cella, al caldo, la mia testa è arrivata a pensare anche quello. Poi però non mi sono presentato. Qualche tempo dopo, quando sono dovuto andare in tribunale per ritirare i documenti per entrare in comunità, risultava “pena sospesa con condizionale”, mentre io ero convinto di essere un latitante in giro per la città. Il buon Dio ha avuto tanta Misericordia… E non è stata l’unica volta, perché con la legge ho avuto un curriculum non indifferente, tra furti, spacci e risse».

Quando sei entrato in comunità?
«Era il 2017. Ho fatto i colloqui a Saluzzo, e dopo sono entrato a Madonna della Neve, in provincia di Cuneo. A mille metri in mezzo al bosco, quattro cervi che ci mangiavano l’orto, i maiali e le galline: lì ho trovato davvero casa. Per me è stata una manna dal cielo finire in quel luogo: c’era un gruppo solido, una casa “concreta”, come diciamo noi, dove non avevi la possibilità di fare a modo tuo ma dovevi comportarti come ti veniva detto».

I lavori per la festa alla Comunità Cenacolo

Come sei venuto a contatto con il Cenacolo?
«Grazie alle suore di Madre Teresa di Calcutta alla mensa della Caritas, che hanno uno stretto rapporto con la fraternità del Cenacolo di Casale Litta, in provincia di Varese. Ogni venerdì i fratelli di Casale Litta facevano, e fanno, servizio per i poveri, e vedendomi tutte le sere lì mi hanno detto: “Una possibilità c’è anche per te”. Me l’hanno proposto e da quel giorno non ho più mollato un colloquio fino al mio ingresso in comunità. Adesso sono qui da due anni e mezzo e non ho nessuna intenzione di tornare indietro».

E i tuoi familiari?
«Ho recuperato i rapporti con mia madre, che nel pieno della mia crisi aveva chiesto il mio allontanamento da casa. Per recuperare il rapporto con mia sorella c’è voluto un anno e mezzo, ma adesso siamo due fratelli che si vogliono bene. Mio padre non lo vedevo da sette anni, perché quando aveva divorziato si era trasferito in Sardegna. Ci siamo sentiti al telefono per il mio compleanno un anno fa, e a febbraio scorso è mancato. L’ultima volta che l’ho rivisto è stato in camera mortuaria… Con mio padre non sono mai andato d’accordo, ma era la persona a cui volevo più bene al mondo. Se sono finito in comunità paradossalmente lo devo a lui, anche se non è stato un grande esempio in casa. Si rifugiava nel lavoro e scappava dalle situazioni, ma il merito è suo perché io oggi sono fiero di essere quello che sono. Tutto quello che mi è accaduto è stato pianificato, questo doveva essere il mio percorso. Ne sono convinto».

Adesso tu potresti tornare a casa?
«Un percorso dura mediamente dai tre ai tre anni e mezzo. Dopo un periodo di tempo se ne parla con i sacerdoti della comunità e si organizza un’uscita. Mia madre mi ha già aperto le porte della sua nuova casa, ma io le ho detto che sto facendo delle scelte diverse. Ho intenzione di donare l’affetto e la speranza di una vita migliore che ho ricevuto in comunità partendo in missione. Abbiamo case in giro per il mondo, dove accogliamo bambini di strada ma anche ragazzi tossici. Vedo questa prospettiva per me, in futuro. Desidero restare nel Cenacolo: parlando con alcuni consacrati della comunità, mi è stato detto: “Se trovi un posto dove stai bene, perché lasciarlo?”. Io sono arrivato qui, mi sono trovato a casa e quindi resto a casa. Non ti nascondo che se penso a com’ero conciato due anni fa e a come sono oggi, mi posso aspettare di tutto… anche una vita consacrata».

Qual è il “punto” educativo nel carisma di Madre Elvira?
«Sono tre i punti fondamentali: preghiera, condivisione e lavoro. Io per primo non sapevo nemmeno come si cominciasse il Padre Nostro. Anzi, quando ero in strada entravo dentro le chiese per rubare le cassette delle offerte, perché mi servivano i soldi. Quando mi è stato detto che bisognava mettersi in ginocchio davanti a Gesù in Eucarestia perché è Lui che ti salva la vita, mi sono messo in ginocchio e mi sono incuriosito. Intanto ho trovato un padre nuovo. Non perché il mio non fosse vero, ma ho trovato un padre che mi ha insegnato a saper voler bene, sapermi perdonare, imparare a volermi bene. Ho trovato tanta Misericordia che io per me stesso non avevo, e facevo fatica ad averne per gli altri. Per come la pensavo io, se sbagli paghi. Ancora oggi i miei fratelli mi correggono perché fatico a usare la Misericordia. E poi c’è la condivisione, che ci spinge a parlare dei problemi che si presentano tra noi. Con il dialogo cerchiamo di capire i malumori e da dove derivano. A volte “brucia”, perché tiri fuori parte del tuo passato o del tuo presente, ma è ciò che ci rende veri e limpidi davanti ai nostri fratelli. Questa è la comunità Cenacolo: una scuola di vita, come diceva madre Elvira. Terzo punto, il lavoro: qui non manca mai! Stiamo finendo di ristrutturare la nostra casa».

Roberto Saviano, autore di “ZeroZeroZero”, libro-inchiesta sul narcotraffico internazionale, recentemente ha dichiarato che «la cocaina andrebbe legalizzata» perché solo così «si bloccherebbero i pozzi di petrolio delle organizzazioni criminali». Tu cosa ne pensi?
«Legalizzare non serve a niente. Quella che viene legalizzata non è droga a tutti gli effetti, e comunque le organizzazioni criminali non le abbatti così. Il tossico non andrà mai dal tabaccaio a comprare la dose, avrà sempre il suo giro sordido e nascosto… fa parte della sua dipendenza».

Che parola di speranza puoi dare a quei genitori che vivono il dramma di un figlio “perso”?
«Sembra strano che queste parole escano dalla mia bocca, ma io dico: pregate. Affidare tutto a Maria aiuta tanto. E spero che i genitori imparino a dire dei bei “no” ai propri figli. Molti ragazzi, anche qui in comunità, pensano che tutto sia dovuto».

Hai paura di “cadere” ancora?
«Ho paura di tornare a vivere come vivevo prima. Di cadere no, perché ho gli strumenti per potermi rialzare senza fatica. Al di là della droga, ho paura di tornare allo stile di vita precedente. Ho paura di non volermi bene, di essere egoista e menefreghista. Cose che per Grazia di Dio ho imparato a evitare. Madre Elvira diceva spesso: “Non uscite dalla comunità se non avete incontrato Gesù”. Tu puoi stare vent’anni in comunità ma se non hai la voglia di incontrarlo non aprirai mai il cuore a Gesù. Ha funzionato con me, che forse ero uno dei più orgogliosi e disadattati».

A chi sei più riconoscente?
«Penso in primo luogo a mio padre, e a Madre Elvira. Poi anche alle suore di Madre Teresa che mi hanno aiutato: a distanza di anni ci teniamo ancora in contatto. Quando sono andato a casa in verifica andavo un giorno a Messa e un giorno a fare servizio alla mensa dei poveri. Tutto quello che ho in mente di fare nella vita è per ringraziarle».

Qual è il programma di domenica 22?
«Alle 14 ci sarà il benvenuto. Verso le 14.45 verrà a impartire la sua benedizione il vescovo, monsignor Gallese. Alle 15.30 è prevista la celebrazione eucaristica con i nostri sacerdoti e altri sacerdoti diocesani. Ci saranno anche delle testimonianze da parte nostra e da parte di alcuni “ex” della comunità. A seguire, un piccolo banchetto. Per noi questa festa è un modo in più per ricordarci perché siamo qui, e ringraziare tutti coloro che ci permettono di andare avanti».

Invitaci alla festa, allora.
«Venite, perché è bello uscire dal “mondo” e scoprire qualcosa di diverso. Avvicinarsi a Gesù ha un significato in più: all’interno di queste mura ci si riscopre uomini diversi da quelli che si è normalmente».

Se qualcuno volesse saperne di più?
«Abbiamo un sito internet (www.comunitacenacolo.it, ndr) con tutti i nostri recapiti, per conoscere meglio la comunità e chi la abita».

Cosa diresti a chi non ce l’ha fatta ed è uscito dalla comunità prima di aver completato il percorso?
«I cancelli sono sempre aperti, esiste una seconda possibilità per tutti. Può succedere che si ricada: per questo chi lo fa è ancora di più il benvenuto, e si ricomincia il percorso. Insieme».

Andrea Antonuccio

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