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Gesù porta la pace, ma non sulla Terra

L’intervista a monsignor Gallese

«Chiediamo al Signore la pace interiore, frutto di una riconciliazione con noi stessi, con i fratelli e con Dio»

Eccellenza, il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace dice: «La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità». Però guardando quello che sta succedendo non sembra così vero…
«E invece è assolutamente vero! Anche quelli che fanno la guerra aspirano alla propria pace. È come l’aspirazione al bene: ce l’abbiamo tutti. La guerra è il rimedio brutale di chi vuol sistemare il mondo secondo il suo criterio: “Vi ammazzo tutti e così mettiamo le cose a posto”. Me lo diceva anche mio padre, scherzando: “Io il Vangelo te lo insegno a bastonate” (sorride)».

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla Terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Matteo 10,34). Come possiamo leggere questo passo del Vangelo, secondo lei?
«Gesù porta la pace, ma non sulla Terra. Questo è il punto. Noi abbiamo il dovere di migliorare il mondo in cui siamo, ma sapendo che il miglioramento definitivo non sarà in questo mondo. Nell’Apocalisse l’Agnello di Dio svela i destini del mondo spezzando i sigilli del rotolo che Colui che siede sul trono tiene nella mano destra. Rivela cioè il senso della storia. Quando spezza il primo, colui che cavalcava un cavallo bianco aveva un arco, gli fu data una corona e uscì vittorioso per vincere ancora. Poi spezza il secondo: è la guerra; il terzo, la carestia; il quarto, la morte. Il quinto sigillo: “Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?». Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro”. Cioè questi chiedono: “Ma il nostro sangue quando lo vendichi?”. Risposta: “Aspettate, lasciate che uccidano tutti gli altri”».

E dunque?
«Il Signore non permette che la zizzania soffochi il grano, ci da la capacità di vivere senza essere soffocati dal male. Questa è la pace interiore, l’unica che porta frutti: nessuna organizzazione può costituire uno stato di pace sulla Terra. La pace in questo mondo la si avrà soltanto quando l’Agnello sarà tornato a guidare le milizie celesti contro il diavolo, e i suoi angeli vinceranno la battaglia di Armageddon. Però ci saranno anche il giudizio finale, cieli nuovi e terra nuova».

Quale pace possiamo chiedere al Signore, allora?
«La pace interiore, frutto di una riconciliazione con noi stessi, con i fratelli e con Dio. Altrimenti succede come a quei miei due parrocchiani, vicini di casa e con la bandiera della pace alla finestra, che si facevano i dispetti condominiali!».

Qual è la strada per portare pace nel nostro cuore? Il Sacramento della riconciliazione?
«Il Sacramento è già troppo “concreto”. Uno può pensare: “Mi confesso e sono a posto”, ma non è così. La pace è un processo che implica innanzitutto riconoscere Gesù Cristo come Salvatore del mondo: è avere quell’intimità con Lui, per cui il suo volto ci è familiare ed è per noi salvezza. E poi, lasciarsi riconciliare con Dio. Come ricordavo in una recente omelia, “Extra ecclesiam nulla salus”: fuori dalla comunità non c’è salvezza. Non basta fare parte della Chiesa cattolica… la vera domanda è: “Sono membro vivo di una comunità?”. Perché fuori dalla comunità non c’è la salvezza che viene da Dio».

Andrea Antonuccio

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