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Ci manca una educazione all’amore

Intervista a monsignor Guido Gallese

«Veniamo da un periodo di formazione nei seminari in cui  l’accento spirituale era sulla paura del danno di un amore umano»

Eccellenza, domanda secca: celibato sì, celibato no?
«Intanto dovremmo fare chiarezza su che cosa intendiamo per “celibato”. Parto da una frase di monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, con alle spalle più di 50 anni di episcopato, il quale agli esercizi spirituali dei vescovi piemontesi nel 2018 disse: “Quello che a me stupisce è che noi abbiamo avuto una formazione orientata a evitare i rapporti pericolosi, le amicizie particolari e via di seguito. Dopo di che siamo stati mandati in giro a predicare il Dio dell’amore. Io questo lo trovo assurdo”. Ho apprezzato moltissimo questa osservazione! E poi continuo a sentire discorsi sul celibato che si basano sul fatto che se il sacerdote avesse una famiglia non avrebbe tempo per il suo ministero… In parte è vero (sorride). Se io avessi moglie e figli non so quanto tempo potrei dedicare loro, con il mio ministero. Ma il succo del celibato è un altro».

Quale?
«Stiamo leggendo proprio nell’Apocalisse che Gesù è l’Agnello che celebra alla fine dei tempi le nozze con la sua fidanzata, la Gerusalemme discesa dal cielo, cioè la Chiesa. Come Gesù, il sacerdote è chiamato a vivere un atteggiamento sponsale nei confronti della Chiesa. Su questo ci sono da fare ancora altre considerazioni: Gesù stesso, una volta risorto, quando chiama Pietro a seguirlo e a compiere un ministero pastorale, gli pone una domanda che nulla ha a che vedere con la pastorizia (sorride): “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. La domanda vuole rivelare un amore in relazione a Gesù: non gli chiede se ama le pecore, se vuole fare qualcosa per loro o se ha cura nei loro confronti. E la risposta, lo sappiamo, è: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gesù allora dice: “Pasci i miei agnelli”. Gesù allora viene incontro all’imperfezione del suo amore, evitando il confronto con gli altri: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli risponde: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. E Gesù: “Pasci le mie pecore”. Ancora Gesù decide di andargli incontro e per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Lui risponde: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. La domanda è sull’amore, la motivazione del ministero pastorale è l’amore. Poi il Vangelo prosegue: “«In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: «Seguimi»”. Attenzione, Gesù aveva detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Cioè tu suggellerai il tuo amore dando la vita per me, seguimi».

Quindi il celibato è per un amore più grande?
«Il celibato in una prospettiva di astensione è una scommessa già persa, perché è contro la corporeità della nostra natura che, se non ha una forte motivazione spirituale contraria, nel tempo emerge inevitabilmente. Giovanni Paolo II, nella Esortazione apostolica del 1992 “Pastores dabo vobis”, usava questa immagine: “Nella verginità l’uomo è in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa nella piena verità della vita eterna”. Io non intendo dire che il celibato sacerdotale sia di diritto divino, ovvero stabilito dal Vangelo, ma deve essere inquadrato nel giusto contesto: quello di un amore per Cristo in vista delle nozze eterne. Si chiama, infatti, celibato in vista del Regno dei Cieli, e in questa vita si manifesta come amore concreto per la Chiesa. Noi veniamo da un periodo di formazione in cui l’accento spirituale era sull’astensione, con il rischio di operare una sorta di castrazione spirituale: la paura del danno di un amore umano prima del rischio dell’amore per Cristo. Ma anche chi si sposa scommette su una promessa che non può possedere e controllare: si può solo vivere. I matrimoni che falliscono hanno la stessa radice della difficoltà a mantenere il celibato: manca un’educazione all’amore nella sua dimensione di sfida positiva, non di controllo di sé e delle proprie pulsioni. Quando l’amore di una persona per Cristo è grande, il problema ha contorni ben diversi: certo, in molti casi può essere d’aiuto un lavoro psicologico sulle proprie difficoltà, i problemi, le inconsistenze affettive… ma l’aspetto da curare, prima di tutto il resto, è l’innamoramento per il Signore».

Se lei fosse al posto del Papa, oggi quale decisione prenderebbe?
«Grazie a Dio non sono il Papa! È molto difficile pronunciarsi su qualcosa che ha gli orizzonti del mondo. Posso dire che, per quanto riguarda la nostra Chiesa alessandrina, mi piacerebbe che riscoprissimo, condividendo, la dimensione di significato del celibato per avere ben chiari i termini in gioco. Comunque, al di là di come la si pensi, il celibato ecclesiastico non è un aiuto contro la scarsità delle vocazioni al presbiterato. Un esempio: le Chiese ortodosse, la Chiesa cattolica in Oriente e le Chiese protestanti, con i pastori che possono prendere moglie, non godono di miglior salute di noi. L’affermazione: “Ah, se i sacerdoti potessero sposarsi avremmo più vocazioni” è falsa. E aggiungo che per me la sfida più grande della formazione al celibato dei nostri seminaristi è far intendere il celibato come amore a Cristo, che deve improntare il nostro vivere. Il presbiterio dovrebbe essere la sorgente pulsante di questo amore… per questo dobbiamo riscoprire la bellezza del nostro celibato!».

Andrea Antonuccio

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