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Perché nulla vada perduto

Padre Cantalamessa rilegge il Concilio Vaticano II

Il sacerdote cappuccino Raniero Cantalamessa dal 1980 è il Predicatore della Casa Pontificia. In tale veste nell’Avvento del 2015 e nella Quaresima di quest’anno tenne al Papa e alla Curia romana una serie di meditazioni dedicate a una rivisitazione in chiave spirituale del Concilio Vaticano II (1962-1965). In Perché nulla vada perduto (San Paolo, pp 143, euro 16) i principali documenti vengono quindi riletti come fonte per la vita spirituale del singolo e della comunità.

Così, commentando la Lumen gentium, viene fuori che non si accetta «Cristo per amore della Chiesa, ma si accetta la Chiesa per amore di Cristo» (p. 8); d’altro canto, «senza la Chiesa e senza l’Eucarestia, Cristo non avrebbe “corpo” nel mondo» (p. 12).

A partire dalla Sacrosanctum concilium viene valorizzato il ruolo dello Spirito Santo, in assenza del quale «tutto nella liturgia è soltanto memoria; con lui, tutto è anche presenza» (p. 64) perché colma il divario tra noi e il Gesù storico.

La costituzione Dei Verbum sollecita la pratica della lettura orante della Bibbia o lectio divina, strutturata in tre tappe: «accogliere la Parola, meditare la Parola, mettere in pratica la Parola» (p. 78). Su quest’ultimo punto è bene chiarire che l’obbedienza alla Parola si traduce concretamente sì nelle grandi obbedienze, che vengono richieste tre o quattro volte nella vita, ma soprattutto nel seguire le buone ispirazioni che quotidianamente arrivano nel nostro cuore.

Commentando il decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, che l’anno prossimo commemorerà i cinquecento anni della Riforma, emerge che «mentre per Lutero il problema esistenziale numero uno era come superare il senso della colpa e ottenere un Dio benevolo, oggi il problema è semmai il contrario: come ridare all’uomo di oggi il vero senso del peccato che ha smarrito del tutto» (p. 128).

Insomma, sembra proprio che cinquant’anni dopo il Concilio non smetta di comunicare e fecondare.

Fabrizio Casazza

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