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Un sorriso che converte

L’intervista a Rosaria Cascio, alunna di padre Pino Puglisi

Sono passati sette anni dalla beatificazione di padre Pino Puglisi, o “3P” come lo chiamano in molti. Raccontare questo personaggio non è affatto semplice, anzi, a volte ci si sente anche in imbarazzo. La sua semplicità, purezza e determinazione destabilizza e mette i brividi. Mi piace pensare che i brividi siano venuti anche ai mafiosi di Palermo, quelli a cui don Pino toglieva i ragazzini dalle mani offrendo loro un’altra prospettiva di vita, fatta di regole, gioia e dignità. Per combattere la mafia 3P aveva solo due armi, semplici e potenti: il Vangelo e il sorriso. Quello stesso sorriso che tocca il cuore anche dei suoi killer, un attimo prima di freddarlo. «Un sorriso che non si può decifrare» diranno i mafiosi a processo. Seguito da una frase del prete, l’ultima: «Me l’aspettavo…». Come se lui sapesse già tutto, ma per amore (e vocazione) è andato avanti, imperterrito. Per potervelo raccontare abbiamo chiesto un aiuto a Rosaria Cascio (nella foto qui sotto), 54 anni, insegnante di materie letterarie nel liceo di Scienze umane “Regina Margherita” di Palermo. Lei è stata alunna di padre Pino e ha vissuto 15 anni nel gruppo giovanile vocazionale da lui diretto. Una delle prime ad arrivare in ospedale nella notte di quel maledetto 15 settembre 1993. Oggi Rosaria è insegnante e per tramettere la testimonianza di 3P ha scritto moltissimi libri tra cui “Il primo martire di mafia” e “Una vita per gli altri”. Un uomo, un prete, un beato, che non è morto. Ma rinasce nello sguardo e nelle azioni di chi ancora oggi lo ricorda.

1. Il primo incontro

Rosaria, quando hai conosciuto per la prima volta padre Pino Puglisi?
«Era il 1978 e per un caso fortuito padre Pino diventa il mio insegnante di religione al liceo classico. Proprio quell’anno iniziava a insegnare a Palermo, appena trasferito dalla parrocchia di Godrano, dove era parroco dal ’70. Quando arriva nella mia città inizia la sua carriera di insegnante al classico, e poi diventa direttore del centro vocazioni di Palermo. Padre Pino propone a me e ad altri suoi studenti un’esperienza estiva all’interno di un gruppo giovanile vocazionale che lui conduceva. Dal secondo anno non è più mio insegnante, ma continuo a seguirlo in quel cammino spirituale».

Ci racconti che sapore avevano queste esperienze con lui?
«Prima delle stragi “eccellenti” padre Pino non ci aveva mai parlato di mafia. Sia chiaro, non era uno fissato con questo tema (sorride). Il suo punto nevralgico era la vocazione: non solo portare i giovani a un discernimento fino alla vita religiosa, ma voleva farci scoprire la nostra di vocazione, e per farlo bisognava partire da noi stessi. In questi campi estivi, in cui partecipavano anche ragazzi atei convinti, andavamo alla ricerca di un senso, non necessariamente religioso. Dopo la sua morte ho avuto modo di studiare il suo metodo: chi è passato dalle sue “mani” ha raccolto i frutti degli insegnamenti con il passare degli anni».

Ecco, a Palermo, e in Sicilia, che anni erano quelli?
«A fine Anni Settanta nella mia città non era scattato nessun tipo di allarme. Se penso a quegli anni non c’era nemmeno una legislazione antimafia, che arriva solo dopo gli omicidi “eccellenti”. Ma in realtà sappiamo che erano anni devastanti, in piena guerra di mafia: a Brancaccio si registravano circa due morti al giorno. Io ero una giovane ragazza, sensibile a questi temi, che però non avvertiva quel clima di terrore e paura che da lì a poco avrebbe preso il sopravvento in città, e non solo… Prima la strage di Capaci, poi quella di via D’Amelio, e poi ancora l’omicidio a padre Puglisi. La cittadinanza palermitana ne è uscita trasformata e scossa, ma si è risvegliato in noi un impegno sociale».

2. La mafia

Padre Pino aveva già toccato con mano la mafia in altre occasioni?
«Aveva già approcciato questi temi a Godrano, dove c’era una forte lotta tra bande mafiose. A Brancaccio opera nei confronti della mafia le stesse identiche azioni che aveva compiuto qualche anno prima. La mafia ci porta a pensare all’odio, alla prepotenza, alla violenza. Lui rispondeva con la pace. A Godrano portava avanti le “Settimane della Pace”, dei campi dove i figli delle famiglie mafiose, che nella normalità si odiavano, in quei giorni vivevano insieme e condividevano attraverso i giochi. Così anche a Brancaccio: ai bambini, che venivano usati come corrieri per consegnare la droga nei quartieri di Palermo, propone attraverso il gioco una modalità diversa di essere bambini. Spensieratezza e divertimento, ma sempre all’interno delle regole».

Quando riceve le prime minacce?
«Delle minacce e della violenza che ha subito a Brancaccio non ne ha mai parlato con nessuno. Abbiamo iniziato a capirlo solo quando lo vedevamo arrivare al Centro “Padre Nostro” con un occhio nero o il viso gonfio. Alcuni di noi hanno provato a fargli capire che la situazione era pericolosa. Ma Puglisi non si è mai tirato indietro, è sempre stato coerente. Credeva molto nella testimonianza attraverso l’esempio della propria vita. Lui non parlava, ma agiva. Eseguiva delle azioni, agli altri lasciava decidere quale valore dare»

Perché la mafia ha paura di lui?
«Padre Pino non è stato un prete antimafia, lui era un sacerdote che ha operato secondo l’esempio di Cristo. La mafia non è compatibile con lui, non poteva sopportare un sacerdote autentico testimone di Gesù. E lo uccide non solo perché toglie i ragazzi della strada e non li fa rimanere di loro “proprietà”, ma perché la sua proposta diventa alternativa: una proposta cristiana e autentica rispetto a quella mafiosa. Attenzione però, Puglisi diceva ai bambini: “O vieni in chiesa o porti la droga per i mafiosi”. Non ti permetteva di fare entrambe le cose, ti obbligava a una scelta».

E i bambini?
«Loro trovavano più affascinante il modello esistenziale e di vita che proponeva padre Pino. Ovvio che portare la droga ti faceva guadagnare più soldi, facendoti passare per un bravo ragazzo e ricercato dalle famiglie mafiose, anche per iniziare una “carriera”. Puglisi diceva: “Dobbiamo recuperare la dignità”. In un mondo mafioso in cui devi ubbidire e basta, di dignità ce n’è ben poca. Invece, i bambini al Centro venivano valorizzati. Ed è proprio qui la vera rivoluzione: un modello pedagogico che può essere riproducibile, a Palermo, a Reggio Emilia così come ad Alessandria».

3. La morte

Come avete vissuto la notizia della sua morte?
«Ho saputo la notizia pochi minuti dopo il suo omicidio… Ero tra le prime a essere arrivata in ospedale, sin da subito avevo capito che era un omicidio di mafia. Mentre le notizie dell’Ansa parlavano di un furto o un accoltellamento. Nei giorni seguenti Palermo e Brancaccio si fermarono. A piangere sulla bara di padre Pino ho visto persone mai entrate in una chiesa: atei, appartenenti all’estrema sinistra, persone che in Puglisi hanno visto un modello per intervenire nei confronti della mafia. La “macchina” dell’antimafia che si stava costruendo aveva già molti volti sul campo: uomini di cultura, giornalisti, magistrati. Ma nessun prete, come don Pino e don Giuseppe Diana (ucciso dalla Camorra nel 1994 a Casal di Principe, ndr). La chiesa, che non aveva una posizione ufficiale, ha avuto un atteggiamento di disinteresse riguardo al mondo mafioso. In questo Puglisi apre uno squarcio, perché il suo omicidio è la testimonianza di una chiesa operante. Ricordo che già dalla sera stessa il suo corpo è stato donato alla Chiesa di Palermo per una veglia iniziata alle 16 e finita alle 24. Io avevo 28 anni, stavo lì con i miei amici. Vedendo queste persone piangere sul suo corpo, mi sono accorta che quello non era più il “mio” Puglisi, ma stava diventando una figura davvero importante per la lotta alla mafia».

4. La conversione dei killer

Uno dei killer di quel 15 settembre, il boss Gaspare Spatuzza, oltre a essere un collaboratore di giustizia ha svolto un percorso di «autentica conversione», come sostiene il cappellano del carcere di L’Aquila, don Massimiliano De Simone.
«E non solo lui. Nel gruppo di fuoco che uccide padre Pino c’era anche Salvatore Grigoli. Entrambi hanno intrapreso un cammino di conversione. Su Grigoli ci sono ancora molti dubbi: lui lavorava per la mafia, lo chiamavano “u’ cacciaturi”, per questo pare che la sua conversione sia servita per poter proteggere la propria famiglia e continuare a vivere. Su Spatuzza invece ci sono più certezze, inizia a studiare teologia e diventa una fonte di informazioni fondamentali del mondo mafioso. Il collaboratore di giustizia nel 25° anniversario di morte ha rivolto un pensiero a padre Puglisi e alla sua famiglia»

Entrambi parlano di quel sorriso prima di essere ucciso e di quella frase pronunciata dal parroco di Brancaccio: «Me l’aspettavo…».
«Su quel sorriso si sono fatte mille supposizioni. Puglisi non sorride perché ha paura, è imbarazzato o li vuole deridere. I killer parlano di un sorriso che non si può decifrare. Io mi sono fatta un’idea. Come abbiamo detto prima, lui riceve tanti avvertimenti che dovevano essere un allarme per la sua incolumità. Ma testardamente va avanti ed è testimone di Cristo. Proprio Cristo di fronte alla croce non si tira indietro, nonostante i momenti di difficoltà e paura. Puglisi è Cristo, non arretra mai, ha paura sì, ma ha anche consapevolezza. E questa testimonianza l’ho ricevuta anche dagli amici che ha salutato per l’ultima volta, qualche giorno prima di morire, molti dicono che riconoscevano nei suoi occhi un ultimo addio. Quel sorriso è di una beatificazione che si stava compiendo: già davanti al portone, con la pistola puntata, padre Puglisi è in una situazione di beatitudine, è già dissociato dalla vita terrena. Quel sorriso è di chi si lancia nelle braccia di un Cristo che lo sta accogliendo…».

5. Mentalità mafiosa

«A questo può servire parlare di mafia, parlarne spesso, in modo capillare, a scuola: è una battaglia contro la mentalità mafiosa» diceva don Pino. Si può sconfiggere la mafia solo abbattendo, anche tra i cittadini comuni, la “mentalità mafiosa”?
«I tentacoli di quella piovra, la mafia, arrivano fino alle nostre vite personali. Molti di quelli che partecipavano alle manifestazioni contro la mafia oggi sono adulti inseriti nel mondo. E lì viene provata la tua fedeltà, ed è molto più difficile che andare a protestare. Ma quando tuo figlio è disoccupato o vuoi fare una visita medica prima degli altri, riesci a fare a meno di quei favori? Se veramente tutti quelli che vanno a protestare per le strade portano la loro testimonianza nel concreto, allora vivremmo già nel paradiso terreste. In questo gioca un ruolo fondamentale la scuola, per formare gli alunni a questo tipo di cittadinanza».

Per l’anniversario della strage di Capaci il questore di Palermo, Renato Cortese, ha dichiarato che «Cosa Nostra è in fase di declino e difficoltà». Ma è davvero così?
«È quello che sta succedendo. Oggi i magistrati intercettano mafiosi di rango che chiedono il pizzo di 500 euro, briciole. La corruzione sta diventando il vero pericolo. La mafia ha ricevuto moltissimi colpi, molti imprenditori non pagano più il pizzo, c’è una società civile forte e un mondo della scuola che dedica spazio a questi temi. Stiamo parlando ovviamente della mafia pre Covid-19. Perché l’economia ha grossi problemi, e gli unici ad avere liquidità oggi sono i boss mafiosi. Quindi, imprenditori e negozianti, piccoli e medi, chiedono aiuto alla criminalità organizzata. Quindi il pericolo non è rientrato, ma è ancora vivo».

«La mafia non poteva sopportare un sacerdote autentico testimone di Gesù»

6. Il presente e il futuro

Come “porti” don Pino ai tuoi alunni?
«Insegno da più di 25 anni, all’inizio ero fissata su questi temi. La mia parola d’ordine era: “Progetti contro la mafia”. Poi ricordo che un giorno entrando in classe per una supplenza sento dire da un alunno: “C’è la Cascio, quella che parla solo di mafia”. Lì ho capito che così non andava, allora ho cambiato metodo. Mi sono chiesta come potevo diventare la testimone di un testimone, padre Puglisi. Ho iniziato a scrivere libri, in totale sette, in cui ho voluto costruire il suo metodo. Poi mi sono accorta che tutto questo non bastava, allora ho deciso di iniziare a scrivere libri con i miei alunni. Siamo partirti con il primo libro “Io pretendo la mia felicità”, ed è andato in ristampa tre volte. Qualche anno dopo abbiamo replicato con un altro libro “Giornalisti tra i banchi”, un percorso di scrittura giornalistica dove i miei alunni trattano diversi temi: dall’anoressia al cyber bullismo, fino al sesso e alla droga. Così facendo i miei ragazzi diventano testimoni di un metodo educativo, quello di don Pino, che non avevano mai toccato con mano».

Se avessi padre Puglisi davanti a te, cosa gli diresti?
«Gli racconterei quanto ho sofferto della sua mancanza. Poi gli direi: “Ma lo sai che tu mi dovevi sposare e siccome sei morto due anni prima del mio matrimonio, ho dovuto supplire con addirittura tre sacerdoti?”. Ho chiamato a celebrare il matrimonio tre preti, perché ognuno rappresentava un pezzo di padre Pino. Di lui ne abbiamo ancora bisogno, perché la Chiesa fa ancora fatica a capire. Ne hanno bisogno i nostri giovani per il suo modello di educatore, ne hanno bisogno i seminari. Vi racconto un aneddoto…».

Certo.
«Qualche anno fa ero invitata a parlare in Puglia a un evento in ricordo di padre Pino. A cena ho chiesto a un sacerdote come si comporta quando durante la processione del paese ci si deve fermare davanti alla casa del boss. Lui mi dice: “Chiudo la sacrestia a chiave e vado in ferie: il vescovo non è con me, e nemmeno i carabinieri dicono nulla”. Ecco, di fronte a questa solitudine padre Pino è ancora oggi un esempio. Che manca a tantissimi, non solo a chi l’ha conosciuto di persona».

Alessandro Venticinque

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