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Siamo umanamente pronti a riconoscere Cristo in mezzo a noi?

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La volta scorsa ci siamo lasciati con questa conclusione: «Le comunità che possiedono tutte le caratteristiche sociali ma hanno la “mancanza dello Spirito” non sono quindi, secondo il Pontefice considerabili comunità cristiane, ma allo stesso modo, comunità che si impegnano fortemente alla ricerca di Dio perdendo però il legame con la realtà, non possono essere definite tali».
Il tema della realtà è proprio la ferita che a mio parere affligge la Chiesa moderna, una Chiesa che troppo spesso è legata alle tradizioni e non alla Tradizione. In psicologia il distacco dalla realtà è trattato in molti modi ma per provare ad affrontare questo tema ci faremo aiutare dal “Disturbo da derealizzazione e depersonalizzazione”. Ovviamente il nostro scopo non è diagnosticare una patologia, ma capire come funzionano e quali sono i rischi.

Nella depersonalizzazione vi è una sensazione di estraneità al proprio sé, della realtà circostante, del proprio corpo e spesso una sensazione di estraneità ai propri sentimenti. La derealizzazione è invece un’esperienza di irrealtà o distacco rispetto all’ambiente circostante, durante la quale persone o oggetti vengono percepiti come irreali. Si hanno, in sostanza, perdita di emozioni e sentimenti di estraneità o distacco dai propri pensieri, dal corpo o dal mondo che ci può portare alla costruzione di un “mondo parallelo” che metta distanza tra noi e la realtà.
In estrema sintesi: tanto meno un individuo considera il proprio essere qualcosa di certo, tanto più il mondo esterno gli diventa sconosciuto e alieno.

Questa incertezza sulla propria persona o sul proprio mondo è scaturita, solitamente, da forti stress o cambiamenti improvvisi.
E quali sono gli stress subiti dalle nostre comunità? Una delle difficoltà principali dei nostri sacerdoti (come ci ricorda spesso il Vescovo nelle catechesi e nelle formazioni) è il rapido e drastico cambiamento che ha subito il loro apostolato in questi anni, misurabile principalmente con due unità di misura: il netto calo delle persone che partecipano alla vita comunitaria e l’aumento delle responsabilità che hanno “stressato” fortemente la loro missione e quindi, probabilmente, anche la loro stessa vita. La vita dei singoli e quindi le relazioni tra i componenti delle comunità, non solo hanno subito una forte depressione, ma nel tentativo di cambiare modalità e stile, hanno anche dovuto fare i conti con una società in continuo cambiamento sul tema delle relazioni (social network), della morale (sessualità, difesa della vita ecc.) e degli scandali emersi a più livelli nella Chiesa. Ecco che lo stress non è solo un singolo evento molto grave, ma una serie di piccoli eventi che ti trascinano sempre più in basso e tra le reazioni umane (anche inconsce) che sono emerse ci sono proprio la lenta ma inesorabile depersonalizzazione e derealizzazione.

E come si occupa di questo problema la psicoterapia? Attraverso tecniche psicodinamiche che si focalizzano sull’aiutare le persone a elaborare i conflitti che risultano intollerabili (come la differenza tra la realtà scelta – cioè quella del passato – e la realtà attuale) le emozioni negative (legate alla propria sofferenza personale rispetto a questo cambiamento) e le esperienze da cui sente di doversi distaccare (per esempio l’immagine del fallimento data dal ridursi del numero di fedeli). Ma ancora una volta, la psicologia da sola non basta.
Ce lo ha detto papa Francesco e ce lo ricorda sempre il nostro Vescovo: non esiste comunità senza l’azione dello Spirito. La psicoterapia prepara l’uomo all’ascolto di Dio cercando di eliminare le costruzioni che ci tengono lontani da noi stessi e dagli altri, offrendo strumenti psicologici utili a guardare le proprie ferite e a entrare in confidenza con loro, togliendo dagli occhi i “depositi” di ansie, paure, così che possiamo essere pronti per riconoscere Dio, incontrarlo e affidarci a Lui.

Oltre a un percorso personale, che ci renda umanamente pronti all’incontro è quindi necessario trovare un nuovo modo di fare pastorale, di vivere le comunità, un modo che cambi le sue tradizioni e ne trovi di nuove, fondate inequivocabilmente sulla vera e unica Tradizione. La nuova modalità di vita comune che ha iniziato la nostra Diocesi si chiama Unità pastorale che offre strumenti spirituali e di vita concreta, ma la domanda che dobbiamo porci è questa: siamo umanamente pronti a riconoscere Cristo in mezzo a noi?

Enzo Governale

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