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Biffi, l’altro cardinale

“La recensione” di Fabrizio Casazza

Monsignor Arturo Testi è un personaggio a Bologna. Oltre ad aver ricevuto onorificenze ecclesiastiche (Cappellano di Sua Santità) e civili (Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica) ha ricoperto importanti ruoli nell’arcidiocesi emiliana, da ultimo vicario arcivescovile del santuario cittadino della Madonna di San Luca, che custodisce un’antica icona che la tradizione attribuisce proprio all’evangelista. Dal 1984 al 1991 fu segretario del compianto cardinale Giacomo Biffi e in un simpatico libretto, prefato dal suo secondo successore, cardinale Matteo Maria Zuppi, ne descrive tratti poco noti. Giacomo Biffi l’altro cardinale, pubblicato da Edizioni Studio Domenicano (pp 133, euro 13) descrive i primi passi del nuovo metropolita, che arrivava da Milano ove era ausiliare e si distinse da subito per spirito arguto.

Nella prima conferenza stampa, al giornalista che gli chiese se si sarebbe rapportato con coloro che non andavano in chiesa in una regione dominata dal Partito Comunista, egli rispose: «Guardi, la mia preoccupazione primaria non saranno i cattolici non-praticanti, ma i praticanti non-cattolici» (p. 27), cioè coloro che vanno in chiesa ma la loro fede non trasforma l’esistenza e non incide nella quotidianità. Da lì cominciò una relazione di vita comune, fatta contemporaneamente di condivisione (mangiavano sempre insieme, anche in presenza di ospiti, ma senza parlare di questioni diocesane), rispetto (per esempio il cardinale gli diede sempre del lei), serietà («se in pubblico tenevo un comportamento non corretto, lui scherzosamente mi diceva: “Don Arturo, non è lei l’Arcivescovo”» (p. 54), riconoscenza (concretizzata nella nomina a monsignore).

Di Giacomo Biffi viene evidenziato il sano realismo. Ci teneva ad arrivare puntuale nelle parrocchie ma non troppo per non mettere in difficoltà il sacerdote. Al momento di lasciare una comunità dopo la visita pastorale, soleva commentare: «Il momento più bello della visita è quando il vescovo parte e il parroco può respirare con soddisfazione e respirare dalla fatica» (p. 78).

Pur dichiarando ripetutamente: «Ho una stella polare, la pigrizia» (p. 91), di fatto si alzava all’alba, s’informava accuratamente con la lettura dei giornali, preparava con precisione gli interventi della giornata e recitava la liturgia delle ore. Tutto questo prima della Messa delle ore 7… Ci teneva, in quanto maestro nella fede, a preparare con cura le sue omelie fino alla virgola. Rispettava, ascoltava e difendeva i suoi collaboratori. Amava i presbiteri, ai quali diceva: «Fate quello che potete, annunciate integralmente il Vangelo e prendete quello che la gente vi dà» (p. 109).

Nel 2004 lasciò per raggiunti limiti d’età il governo pastorale di Bologna, continuando a risiedervi e venendo sepolto dopo la morte, avvenuta nel 2015, nella cripta della cattedrale. Certamente le sue posizioni, chiare e nette, hanno suscitato critiche, di cui lui stesso era consapevole: ma, come scrive il cardinale Zuppi, preponderante era in lui l’umorismo, che «consisteva nell’amare appassionatamente tutte le creature senza identificare mai nessuna di esse con il loro Creatore» (p. 11).

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