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Testimoni della fede – Il mio, il nostro Paolo VI

Sagrato di san Pietro, 14 ottobre 2018. Tra gli striscioni con le gigantografie dei nuovi santi che stanno alla mia destra, Paolo VI e mons. Romero sono al centro, vicini. Non a caso, penso: lo furono nella vita terrena, lo sono nella comunione dei santi.
Mentre attendiamo che prenda avvio la Messa di canonizzazione, ripenso al mio, al nostro Paolo VI, e alle occasioni di incontro, da vicino o da lontano. Sono “cresciuto” con Paolo VI: me ne parlavano i “maggiori” nella fede (in particolare Agostino e Luciano); me ne parlava il Vescovo Almici; a mia moglie e a me ne parlava, spesso, don Pino Scabini. La sua lettera apostolica “Octogesima adveniens”, nell’ottantesimo della “Rerum novarum”, fu uno dei testi che mi permisero, sedicenne, di respirare un senso pieno di chiesa, aperto a tutte le gioie e le speranze, e al tempo stesso alle tristezze e alle angosce degli uomini e delle donne di oggi, secondo la lezione conciliare.
Ripenso alla sua ironia, quasi da fanciullo: come quando, entrando a un’udienza con noi delle presidenze diocesane di Azione cattolica, chiese “C’è mons. Cè”, manifestando così, anche in questo modo, il proprio affetto per il nostro assistente generale.
O alla sua paternità, non priva di qualche, sempre motivata, severità: come quando, in analoga e precedente occasione, ci mise in guardia contro i “capi scarichi”, con un doppio senso voluto. Sottolineatura che sul momento non capii, anzi mi sembrò eccessivamente rigida e penalizzante per alcuni nostri responsabili nazionali, ma di cui compresi più tardi il senso.
Ripenso alla lettera agli “uomini delle Brigate Rosse” e alla struggente preghiera ai funerali dell’amico Aldo.
Ripenso al suo “ottimismo galleggiante sulle onde”, secondo la felice espressione di Fulvio De Giorgi, e al suo “coraggio prodigioso”, secondo l’espressione di padre David Maria Turoldo.
Ripenso infine all’ultimo “incontro”: al viaggio (con Barbara, Antonia e Adriano, e don Gianni Torriggia) per pregare attorno alla sua salma, in quei caldi giorni dell’agosto 1978, a bordo di una vecchia 128, con partenza alle 6 del mattino e ritorno ad Alessandria alle 24.
Inizia la celebrazione eucaristica. La sua esemplare sobrietà e l’assenza di qualunque sbavatura retorica non impediscono a papa Francesco, nel tracciare un breve profilo del predecessore, di sottolineare che l’opera di Paolo VI si sviluppò “nella fatica e in mezzo alle incomprensioni”: mi viene da pensare che questo passaggio sia quasi un’autobiografia dell’attuale Pontefice. Un solo piccolo cruccio: nel salutare la marea di fedeli presenti, il papa menziona, a proposito di san Paolo VI, il solo gruppo delle Acli. Nessun dubbio sull’attenzione di Giovanni Battista Montini al mondo del lavoro e anche a un’organizzazione le cui vicende seguì da vicino, a tratti non senza dolore; ma altresì nessun dubbio che almeno altrettanta attenzione egli ebbe per l’Azione Cattolica e per i suoi movimenti intellettuali, uno dei quali (il Movimento dei Laureati cattolici, oggi Meic) concorse a fondare nel 1932-1933. Nessuna primogenitura, per carità, ma il semplice riconoscimento della verità dei fatti.
Al termine, un sentimento di pienezza: nella molteplicità dei doni e dei carismi (che gli altri beati canonizzati in quel giorno, sacerdoti, religiosi e laici, esprimono con evidenza), la conferma che la cultura e lo studio possono diventare scuola di santità, come lo è stato per papa Montini.

Renato Balduzzi

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