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kishore mahbubani

Occidente e Oriente, chi vince e chi perde

LA RECENSIONE

Il libro dell’ex ambasciatore singaporiano Kishore Mahbubani

Le vicende geopolitiche ed economiche degli ultimi anni si potrebbero spiegare con la metafora del treno: se prima era l’Occidente a costituirne la locomotiva, oggi è il resto del mondo a trainare i vagoni dello sviluppo. Lo sostiene nel suo ultimo libro, appena pubblicato da Egea (la casa editrice dell’università Bocconi), Occidente e Oriente chi vince e chi perde, l’ex ambasciatore Kishore Mahbubani. Rifacendosi alla figura di Niccolò Machiavelli (1469-1527) e sostenendo che lo «sradicamento della povertà solleva anche spiritualmente» (p. 13), il libro presenta l’esperienza di Botwsana, Estonia e Cile, Stati segnati da una triplice rivoluzione (politica, psicologica, governativa) che ha permesso loro di crescere. Tuttavia, il libro sostiene sorprendentemente che in fondo il regime cinese non è poi così oppressivo, altrimenti i turisti che vanno all’estero non ritornerebbero poi in patria: e le sicure ritorsioni verso persone care e proprietà? Essendo tuttavia l’autore originario di Singapore avrà certamente più dati di noi a confortare la sua supposizione. L’Occidente ha commesso negli ultimi anni una serie di errori clamorosi: la guerra in Iraq del 2003, che fu un «atto di follia» (p. 63), l’umiliazione della Russia sconfitta nella “guerra fredda”, «l’intervento sconsiderato negli affari interni di molti Paesi» (p. 70), quali Georgia, Tunisia, Egitto.

Occidente e Oriente chi perde e chi vince

Oltre a quella del treno, anche l’immagine della barca può spiegare la situazione attuale. Abitiamo un’unica barca divisa in molte cabine: queste ultime sono dotate di un responsabile ma non si riesce a trovare qualcuno che si faccia carico dell’intera nave. L’Occidente può reagire attraverso una strategia «minimalista, multilaterale e machiavellica» (p. 77): le linee politiche devono essere la fine dell’illusione di esportare la democrazia, potenziare gli organismi internazionali, rendersi conto che il baricentro del mondo si sta spostando altrove. Diversificato è però il “nemico”: gli Usa si devono confrontare con la Cina, l’Europa soprattutto con gli Stati islamici, ma identico dovrebbe essere l’approccio internazionale, ossia contenere l’esibizione dei muscoli e favorire il confronto diplomatico. L’auspicata fine dell’«Occidente ingenuo e ideologico» (p. 107), affetto dalla presunzione d’essere dotato di una superiorità morale e intellettuale, non conduce il volume a disprezzare i meriti occidentali nell’elevazione dell’umanità ma vuole sollecitare una maggiore assunzione di responsabilità e una revisione delle linee politiche più aggressive. L’Occidente ascolterà questa proposta?

Fabrizio Casazza

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