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Cammino di San Marco: il ritorno

LE INTERVISTE 

Marco Capuzzo, 64 anni, pensionato, ha fatto da accompagnatore sul fiume Po. Ma non solo questo…

Marco, che cosa ti ha lasciato questo Cammino di San Marco?
«Mi ha lasciato una bellissima esperienza, e dei regali che sono degli amici. Amici che ho conosciuto percorrendo questo Cammino».

Qual è stata la fatica più grande del percorso in canoa?
«Fatica vera e propria non ce n’è mai stata, sia sul fiume che in strada. Forse l’unica fatica è stata una notte sola a Spessa (Pavia), dove abbiamo dormito in tenda accanto al fiume. Tra le zanzare e il caldo sono riuscito ad addormentarmi a notte fonda. Il percorso è stato alleggerito proprio grazie alla presenza di questi ragazzi, è stato piacevolissimo parlare con loro, conoscerli anche in maniera profonda. Mi hanno aperto il cuore e ci siamo parlati come vecchi amici».

Tu in realtà non doveva arrivar fino a Venezia. Che cosa è successo, a un certo punto?
«Il mio Cammino sarebbe dovuto finire a Boretto, perché dovevo ritornare indietro. Ma questa esperienza mi è piaciuta così tanto da decidere di camminare ancora gli ultimi tre giorni con loro fino alla tomba di San Marco».

Cosa hai provato all’arrivo a Venezia?
«Entrare in un sepolcro di un Santo è un’emozione fortissima. Devi essere una pietra per non sentire niente. Dopo tutto il cammino fatto non ti rendi neanche conto di chi è attorno. Le emozioni sono indescrivibili e inizi a pensare a mille cose».

Dal punto di vista spirituale, che percorso è stato?
«Ho potuto osservare la fede che hanno le persone con cui ho viaggiato. Questa cosa mi ha colpito molto, questo attaccamento lo invidio e ammiro allo stesso tempo».

Ti senti cambiato dopo questa esperienza?
«No cambiato no. Ma San Marco un regalo me lo ha già fatto: cioè queste persone che non pensavo di incontrare. Per me è nato tutto come una promessa che ho fatto al mio amico Angelo Bosio per dargli una mano sul percorso in canoa, non avrei mai pensato di vivere queste emozioni».

Carmen Pirrone, 35enne insegnante di filosofia e storia, ha vissuto questa esperienza alla ricerca della propria fede.

Carmen, cosa ti ha lasciato il Cammino di San Marco?
«Un’esperienza molto profonda. Per me è stato anche un cammino interiore. Sia fisico che spirituale. In questa esperienza si ha proprio la percezione che le due cose siano all’unisono. Per me è stato un cammino di ricerca e di scoperta della fede».

Qual è stata la fatica più grande?
«Le fatiche più grandi sono state due. La prima è stata fisica: non avevo delle scarpe adatte per il percorso a piedi, e ho patito molto le prime due giornate. La seconda sofferenza è stata più spirituale, in particolare per la vita di comunità. Ormai tutti noi siamo abituati a percorrere la propria strada da soli. Vivere questi giorni di vita di comunità non è stato semplice. Abbiamo condiviso praticamente tutto: dal risveglio, allo lo spazio per dormire fino ai turni per potersi lavare. Non è stato facile perché ogni tanto emergeva la voglia di isolarsi e trovare il proprio “angolino”. Ma è stata davvero una bella esperienza».

Come è stata l’accoglienza nelle varie tappe?
«Bellissima e calorosa. Non me lo sarei mai aspettata, le persone ci hanno fatto sentire come dei piccoli eroi. Abbiamo trovato in queste persone uno stupore per quello che stavamo facendo, che sinceramente non mi aspettavo».

Cosa hai provato all’arrivo a Venezia?
«L’arrivo, dopo un percorso alle spalle, ce lo siamo proprio guadagnato. Nonostante la fatica siamo riusciti ad arrivare a Venezia, non con le comodità dei viaggiatori normali. La vista alla tomba di San Marco è stata moto suggestiva. La nostra guida ci ha detto che al nostro arrivo l’atmosfera è ambiata: le guide e i visitatori hanno abbassato la voce, come se ci fosse una forma di rispetto per il momento particolare che stavamo vivendo. Lì, sicuramente, qualcosa è accaduto (sorride)».

Hai avuto un incontro che ti ha cambiato veramente?
«Vedere le reliquie di Santa Lucia è stato un segno profondo e forte. Perché è una santa che ho ritrovato dopo tanto tempo. Inaspettatamente. Lei è la protettrice degli occhi e della vista, e per me visitarla in questo cammino mi ha permesso di vedere molte cose con occhi nuovi. E questo mi ha colto molto di sorpresa».

Michela Gatti, 40 anni, web designer, è rimasta colpita dall’accoglienza delle diocesi incontrate durante il Cammino.

Cosa ti ha lasciato il Cammino di San Marco?
«Due grandi emozioni nel cuore: una buonissima impressione sull’accoglienza che abbiamo trovato e poi l’emozione dell’arrivo e del poter pregare toccando la tomba di San Marco».

Qual è stata la fatica più grande, sia fisica che spirituale?
«Sicuramente fisica, non tanto come sforzo fisico, ma quanto per il caldo. Sono stati giorni veramente roventi. Spiritualmente grosse fatiche non ne ho vissute. C’è la fatica di condividere emozioni, preghiera e momenti con gli altri componenti del gruppo. Non è una fatica, ma sicuramente un impegno».

Un aneddoto da raccontarci.
«Nella prima parte del Cammino non ho navigato sul Po, ma ho fatto il percorso con la macchina di “appoggio”. Mi ha colpito molto al tappa di Sant’Andrea (Lodi), in cui c’è una tappa della Via Francigena, qui ho incontrato dei pellegrini spagnoli e inglesi che stavano ripartendo. Ho parlato con loro e mi ha stupito il loro interesse a conoscere questo progetto. Poi, sempre a Sant’Andrea, mi ha stupito l’accoglienza in semplicità nell’ostello: si sono subito messi a lavoro per organizzare tutto e preparare anche la Messa».

Come è stata l’accoglienza nelle varie tappe?
«È stata molto calorosa, soprattutto nella zona centrale del cammino. Ha dato l’idea di un progetto che possa un po’ radicarsi e trovare un seguito, perché ha avuto un ottimo riscontro».

Cosa hai provato all’arrivo a Venezia?
«Vivere l’arrivo in acqua, attraversando la Laguna con i gommoni è stato davvero emozionante. Poi poter toccare la cripta e vivere la Messa in un ambiente raccolto, mi ha fatto sentire la presenza e la storicità del luogo. Dopo tanta fatica riuscire a vedere l’arrivo è stata veramente una luce (sorride)».

Hai avuto un incontro che ti ha cambiato veramente?
«Un po’ tutti gli incontri mi hanno cambiata lasciandomi qualcosa. Uno in particolare non potrei dirlo. Sicuramente anche il poter approfondire la conoscenza dei miei compagni di viaggio mi ha lasciato qualcosa di profondo».

Marco Langella, 30enne che sta iniziando il secondo anno di Seminario diocesano e in servizio per le parrocchie del centro città, si è messo in cammino per proseguire il suo percorso vocazionale.

Cosa ti ha lasciato il Cammino di San Marco?
«Sicuramente è stato un cammino bello dal punto di vista spirituale e anche di comunità. Un cammino che era dedicato al mio Patrono, quindi particolarmente sentito. A me personalmente ha lasciato molto il discernimento e la preghiera, con cui ho rafforzato alcuni aspetti anche per il mio cammino vocazionale».

Qual è stata la fatica più grande?
«Rispetto agli scorsi cammini non ho avuto grossi problemi fisici. Forse il problema è, nonostante la fatica, il concertarsi per trovare momenti di preghiera di riflessione. E poi anche la comunità ti mette a confronto con gli altri, quindi bisogna sprecare energie non solo fisiche».

Come è stata l’accoglienza nelle varie tappe?
«Le varie diocesi ci hanno accolto molto bene. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato un’accoglienza così. Ci hanno trattato veramente bene e si sono presi cura di noi. In particolare erano stupiti per quello che stavamo facendo».

Cosa hai provato all’arrivo a Venezia?
«È stato molto bello. La Protezione Civile ci ha accompagnato dal Lido fino a piazza San Marco, quindi tutti insieme siamo arrivati all’approdo. Appena arrivati nella Basilica molti ci hanno visto arrivare e si saranno chiesti: “Ma cos’è che fanno questi qua?” (sorride). Tutti si fermavano a guardare con rispetto. E poi tanta emozione e felicità perché dopo tutte le fatiche siamo riusciti ad arrivare alla meta».

C’è un momento che porti nel cuore?
«Uno di preciso no. Ci sono stati varie situazioni durante le tappe, per esempio i momenti di preghiera durante i viaggi sul Po. Ci fermavamo in mezzo al fiume, facendoci trasportare dalla corrente, per pregare insieme. Poi porto nel cuore le storie di chi ha vissuto il Cammino insieme con me. Ma anche gli istruttori che ci hanno insegnato a pagaiare, persone bellissime che si sono messe a disposizione. In tutto questo sono rimasto meravigliato anche dal paesaggio. Non c’è una vero e proprio momento, ma è stata una grande emozione generale».

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