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L’infodemia della paura

Il #granellodisenape di Enzo Governale

Supermercati presi d’assalto e scaffali vuoti (leggi anche Assalto ai supermercati alessandrini). Dopo la notizia dei primi contagi da coronavirus in Italia, in moltissimi si sono “fiondati” in fretta e furia a fare rifornimenti di beni di prima necessità. In tv e sui social abbiamo potuto vedere foto ritraenti i supermercati saccheggiati, in particolare nelle “zone rosse” di Lombardia e Veneto. Ma la psicosi e il panico hanno fatto molto di più: anche nelle città in cui non è stata data nessuna allerta, gli scaffali dei market si sono svuotati in poco tempo. La foto che vedete in copertina, fatta lunedì sera, è stata scattata in un supermercato della provincia di Alessandria. Nei giorni successivi gli scaffali si sono riempiti, e il panico è rientrato.

La guerra dell’informazione ci ha messo in ginocchio

C’è chi risponde con l’Amore perché è l’opposto della paura, l’unico vero vaccino che ci serve

Ironia, paura, cinismo, disperazione, scherno, razzismo, cattivo gusto: ecco quello che possiamo trovare sui social network, che ormai sono diventati il centro del mondo dell’informazione. Persino i giornali, le radio e la televisione “recuperano” informazioni sui social. Il problema lo conosciamo bene, ed è la radice della “pandemia della paura” che è in atto in questi giorni (leggi anche Il Coronavirus “invade” il mondo. Dobbiamo aver paura?)

. Tutto questo avviene ignorando gli inviti alla calma delle istituzioni, ma soprattutto i dati che parlano di mortalità bassa nonostante l’alto livello di contagio: «Su 100 persone malate, 80 guariscono, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 per cento muore, peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute», come ha spiegato Walter Ricciardi, membro italiano del comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere del ministro Roberto Speranza per il coordinamento con le istituzioni sanitarie internazionali. Non uno qualunque. Per comunicare efficacemente, dunque, non basta utilizzare dati oggettivi o avere un approccio razionale, perché la percezione dei rischi è un fenomeno molto complesso che prende forma in base al vissuto e alle credenze delle persone. Questo porta a sottovalutare o sovrastimare un evento e contemporaneamente innesca reazioni che non sono proporzionate al fenomeno (leggi anche Coronavirus: adesso i bambini sono a rischio?).

Qualcuno la chiama psicosi, e forse è così, se la consideriamo come un tipo di disturbo collettivo che compromette la comprensione della realtà. Il disturbo sta nel definire realtà la nostra percezione, che non è la registrazione accurata e acritica di ciò che è presente nel mondo, ma un processo che raccoglie ed elabora, in tempi rapidi, grandi quantità di informazioni, restituendoci un senso di realtà. Per questo motivo, su ogni mezzo di comunicazione, possiamo trovare chi dice che il coronavirus (leggi anche L’intervista a monsignor Gallese sul coronavirusè solo un raffreddore e chi invece ci richiama (erroneamente) all’Apocalisse. Questo provoca le reazioni che abbiamo visto in questi giorni: supermercati svuotati delle merci, prodotti per l’igiene venduti a prezzi rialzati, atti e scene di razzismo nei confronti degli asiatici. E chissà cosa ci aspetta. Ma questa psicosi non contagia tutti: ne sono fuori le persone che non si informano (ma come fanno? si parla solo di questo!) e chi invece, davanti alla paura, risponde con l’amore, con il servizio, con la propria vocazione. Ad esempio, chi fronteggia ogni giorno la morte nel suo lavoro – o meglio, nella sua vocazione – non è andato nel panico. I medici, gli infermieri e i volontari che stanno sostenendo la popolazione e accogliendo i “possibili infetti” sono nel pieno del loro lavoro, in mezzo a turni raddoppiati, come quel medico che è andato in pensione due settimane fa ed è rimasto in ospedale per non lasciare da soli gli ex colleghi. Le uniche lamentele che ho sentito da amici medici è che i giornalisti sono più stressanti dei doppi turni in ospedale. C’è chi risponde con l’Amore perché è l’opposto della paura, l’unico vero vaccino che ci serve per uscire da questo caos.

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