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«L’Hikikomori fugge dai giudizi degli altri e dalla competitività di tutti i giorni»

Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di “Hikikomori Italia”

«Basta, da oggi non esco più». Questo è quello che è passato per la testa dei tanti Hikikomori: ragazzi, in media tra i 15 e i 25 anni, che decidono di isolarsi dal mondo esterno. Un fenomeno, partito dal Giappone, che anche in Italia (con oltre 100 mila casi) e nel resto del mondo ha preso piede. Giorni, mesi, anni senza uscire di casa o addirittura dalla propria camera. Cercando di fuggire dalla competitività di tutti giorni, dai giudizi degli altri, da una vita senza pause. Isolarsi dalla società al punto di diventare ogni giorno sempre più invisibili. Chi ha iniziato a rendere più visibili queste persone è Marco Crepaldi (nella foto di copertina), fondatore di “Hikikomori Italia”, l’associazione che si occupa di informazione e supporto a famiglie e ragazzi che vivono in queste condizioni. Lo abbiamo contattato e ci siamo fatti raccontare il loro lavoro grazie al quale in molti si sono rialzati e sono riusciti a uscire da quel lungo tunnel fatto di ombre e paure.

Dottor Crepaldi, chi sono gli Hikikomori?
«Questo termine significa “stare in disparte”, ed è stato coniato in Giappone negli Anni Ottanta per identificare quelle persone che si isolavano dalla società. In particolare ragazzi giovani che lasciando la scuola non avevano più rapporti con l’esterno e pochissimi con la propria famiglia. Un termine usato nella cultura popolare che poi è stato ripreso da molti ricercatori per parlare di un fenomeno di ritiro sociale che si sta diffondendo in vasta scala a livello mondiale. Un fenomeno che riguarda appunto giovani e adolescenti tra i 15 e i 25 anni, ma con rischi di cronicizzazione per tutta la vita. Queste persone non escono, passano mesi e anni all’interno della propria casa e nei casi più gravi all’interno della propria camera da letto».

Come si diventa Hikikomori? Non si tratta solo di dipendenza da web e videogiochi…
«No assolutamente, tra l’altro in Giappone questo fenomeno nasce prima della diffusione di internet. I media spesso assimilano gli Hikikomori alla dipendenza da internet, facendo cattiva informazione. Queste persone sviluppano una dipendenza dal web, o comunque tendono ad abusare di internet, perché questi mezzi, nel momento in cui si isolano, diventano l’unico modo per rimanere in contatto con il mondo esterno, intrattenersi e studiare. Togliere questi strumenti all’Hikikomori non risolve il problema e si rischia di fare danni molto gravi. È importante dire che questo disturbo non è inizialmente una patologia, ma è un disagio adattivo di tipo sociale che può associarsi a tante patologie. Tra queste può esserci la dipendenza da internet, depressione, fobia sociale, pensieri autolesionistici, ma sono tutte conseguenze del ragazzo nell’adattarsi al contesto sociale».

Quanti casi abbiamo in Italia? Sono in crescita?
«Non ci sono stime ufficiali come in Giappone, dove il governo si è mosso e ha deciso di mappare i casi. In Italia, nonostante il nostro lavoro come associazione nazionale e migliaia di casi che abbiamo conosciuto, le istituzioni non si sono ancora attivate. Per quella che è la nostra percezione del problema, nel nostro Paese stimiamo circa 100 mila casi. Non è solo statistica, ma una stima basata sul numero di casi che noi intercettiamo quotidianamente proiettati sull’intera popolazione nazionale. In questo numero includiamo coloro che sono già isolati, ma anche chi è “borderline” perché frequenta ancora la scuola o fa ancora delle piccole uscite, ma tende all’isolamento sociale».

Ecco, com’è peggiorata la condizione di queste persone con l’emergenza coronavirus?
«Diciamo che ha impattato in modi diversi. Su chi già c’era dentro è stato uno sgravo di pressione, perché l’idea che nessuno esca ha aiutato questi ragazzi che soffrono molto l’ansia del giudizio. L’Hikikomori, che si nasconde per non essere giudicato, nei mesi di lockdown ha magari avuto un miglioramento dei propri sintomi, seguito da un contraccolpo psicologico per il ritorno alla normalità. Invece, credo che dopo questo periodo i casi aumenteranno: tante persone hanno sperimentato i piaceri di essere protetti dalla casa, di vivere una vita senza l’ansia del giudizio sociale. In quesi mesi abbiamo visto l’esterno come qualcosa di pericoloso, la casa invece ha rappresentato per tutti un luogo protettivo. E proprio questo stacco crea il problema, perché una persona tenderà spontaneamente a preferire la propria abitazione fino a livelli estremi…».

Come è nata l’associazione?
«Mi sono imbattuto negli “Hikikomori” durante gli studi in psicologia sociale. Dopo aver scritto al tesi di laurea su questo tema, nel 2013 ho aperto il blog “hikikomoriitalia.it”, dove ho iniziato a fare divulgazione su questo fenomeno. Nessuno aveva mai sentito parlare di queste persone. Da lì ho capito quanto il problema fosse grave: mi sono arrivati migliaia di contatti. Così nel 2017 è nata l’associazione “Hikikomori Italia” e “Hikikomori Italia – Genitori”. La prima racchiude professionisti, psicologi e volontari che seguono i gruppi di genitori con incontri di supporto psicologico. Questi gruppi si trovano una volta al mese nei 50 punti distribuiti in tutta Italia. In Piemonte abbiamo oltre otto gruppi composti da una decina di genitori, che anche in questo periodo stanno andando avanti. Devo dire che nel mondo non ci sono associazioni così radicate nel territorio nazionale come la nostra. Questo perché stiamo facendo un ottimo lavoro».

Ha contatti con questi ragazzi e le loro famiglie: cosa vede nei loro occhi?
«Gestisco l’associazione dal punto di vista della ricerca e della divulgazione, per questo ho tantissimi contatti con genitori e soggetti isolati. Devo dire che l’approccio di genitori e ragazzi è totalmente diverso: su dieci richieste di aiuto, otto sono da parte dei genitori. Questo perché c’è da parte degli interessati la difficoltà di riconoscere il problema. Nei loro occhi vedo tanta paura per il futuro, paura di non riuscire a sbloccare questa situazione, paura di non essere più in grado di reinserirsi in un percorso di vita che è sempre più competitivo e non ammette pause. Nei genitori la paura più grande riguarda il mancato raggiungimento d’indipendenza dei propri figli, soprattutto quando rimarranno soli…».

La vostra presenza diventa importante in un momento così difficile.
«Direi che è fondamentale aiutare queste famiglie perché molte di loro si sentono sbagliate, non sanno come comportarsi e sono sole. Molti professionisti a cui si rivolgono non sono formati: infatti, una delle attività che svolgo è proprio quella di fare formazione a psichiatri, psicologi, insegnanti ed educatori. Serve quindi sensibilizzare, formare e far sentire queste persone accompagnate, perché è un problema che sta crescendo in tutto il mondo e non possiamo più snobbare».

Alessandro Venticinque

 

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