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Quei racconti che ci cambiano

Il #granellodisenape di Enzo Governale

La fotonotizia

Trentasei anni in carcere da innocenti. Questa storia arriva da Baltimora, negli Stati Uniti. Loro sono Alfred Chestnut, Ransom Watkins e Andrew Stewart (nella foto), nel 1983 sono stati arrestati e giudicati colpevoli per l’omicidio di un quattordicenne. Erano degli adolescenti del liceo quando finirono dietro le sbarre.

Nel 2019 la magistratura ha voluto riaprire il caso, dopo che uno dei tre aveva trovato nuove prove rilevanti tra i documenti della polizia, e ha riconosciuto l’errore giudiziario: a uccidere il quattordicenne (colpito da un colpo di pistola per una tentata rapina) sarebbe stato un altro coetaneo, che è morto nel 2002. «Oggi non è una vittoria – ha detto Marilyn Mosby, la procuratrice statale – ma una tragedia perché questi uomini si sono visti rubare 36 anni della loro vita».

La nostra storia è anche l’abito che indossiamo

«Il saper raccontare le storie degli altri è importante tanto quanto il saperle ascoltare»

C’è un’età nella quale per imparare a comprendere noi stessi e il mondo, abbiamo bisogno di storie. Sono gli anni che sto vivendo insieme a Matilde, che alla veneranda età di sette anni ha ancora bisogno di storie per imparare a guardarsi. “Raccontami la storia di quella principessa che vive nel castello con il re!” mi dice, quando ha bisogno di sapere che il papà è sempre al suo fianco anche quando non c’è.

Oppure, quando ha qualcosa di scabroso da dirmi, è lei a raccontare una storia, la sfortunata vicenda di una certa principessa che in bagno, senza che il re la vedesse, ha combinato un disastro con lo smalto, sporcando tutte le piastrelle. Storie che ovviamente hanno sempre un lieto fine!

Questo ci dice che il saper raccontare le storie degli altri è importante tanto quanto il saperle ascoltare, e quindi, come nel caso dei giornalisti e degli operatori della comunicazione, raccontare una storia, significa vestire di un abito preciso il protagonista. Abito, che probabilmente porterà a lungo, come nelle storie dei medici e degli infermieri di questi ultimi mesi, ma anche come la storia dei tre ragazzi, diventati adulti in carcere, raccontata qui sopra. Perché purtroppo, «nella storia serpeggia il male».

Questo è il senso del messaggio di papa Francesco per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, dal titolo: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria. La vita si fa storia”. «Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo».

Le nostre storie, fanno tutte riferimento alla Storia, al racconto della vita che vince la morte, un racconto che però non è unidirezionale. Come dice Francesco, infatti, «raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni».

Le storie ci permettono, per pochi istanti, di svestire i nostri panni e di indossare quelli dei protagonisti, in una sorta di scambio empatico per provare a capire come ci si sente in un’altra condizione. Questo capita con le principesse per capire quanto si è importanti per i genitori (non è solo vanità!), da adolescenti con i personaggi “famosi”, per imparare a capire cosa e come mostrare la nostra vita agli altri. Una volta diventati grandi, questo accade con le persone che decidiamo di prendere coscientemente come modello: un professionista del mestiere che vorremmo intraprendere, un politico, un cantante o, se siamo fortunati, un Santo.

Per questo leggere le storie dei Santi è fondamentale: in questa “empatia” creata dalla narrazione siamo in grado, mentre viviamo la nostra vita, di chiederci: «Come si sarebbe comportato in questa occasione?», che poi vuol dire: «Come si sarebbe comportato Gesù in questo caso?».

Proprio così, perché quella Storia è il riferimento per le nostre storie e il nostro compito di battezzati è proprio quello di trovare il modo più adatto a chi ascolta, di raccontare quella Storia, perché possa essere ascoltata, compresa e diventare relazione con il Salvatore. Altro che principe azzurro!

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