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La dipendenza da Internet/2

Intervista alla pediatra Sabrina Camilli

Dottoressa, nello scorso numero abbiamo parlato della dipendenza da Internet (leggi qui la prima parte). Che cosa succede nel corpo di chi diventa dipendente?
«Dal punto di vista biochimico si ha un disequilibrio tra il sistema della serotonina e della dopamina, mediatori chimici della disinibizione comportamentale e del meccanismo di gratificazione, ovvero della ricerca del piacere senza regole. Questo meccanismo trae vantaggio dal fatto che nelle situazioni sopra descritte il ragazzo non si mette in gioco in prima persona ma può operare in anonimato e questo lo rende più forte e meno vulnerabile».

Come possono riconoscerla genitori ed educatori?
«La dipendenza ha due fasi: quella iniziale, in cui si può osservare un’attenzione eccessiva per la “scatola digitale”, un pensiero ricorrente ai temi inerenti la rete e un incremento del tempo di permanenza online con conseguente difficoltà a sospenderlo. Non di rado si potrebbe assistere a collegamenti notturni e conseguente perdita di sonno. Nella seconda fase, quella più grave, in cui si entra nel campo dei fenomeni psicopatologici, con per esempio lo scambio tra la vita reale e i videogiochi di ruolo e collegamenti talmente prolungati da compromettere la vita sociale».

Qual è la fascia più colpita?
«Gli adolescenti tra i 13 e i 20 anni sono quelli più esposti. In genere sono ragazzi soli e solitari con scarso rendimento scolastico oppure con poca motivazione e bassa autostima: in questo caso il ruolo educativo familiare, scolastico e sociale è venuto meno. Gli attori in gioco non sono stati in grado di far trovare al ragazzo dei punti di forza in se stesso. Dobbiamo essere consapevoli dei nostri fallimenti educativi che provocano gravi danni ai ragazzi».

Come possiamo intervenire?
«Quando vediamo che un adolescente ha sintomi quali ansia, perdita del controllo, ridotta tolleranza alle frustrazioni, alternate a fasi di abulia (apatia, ndr), uso continuativo della rete e disturbi da astinenza, rifiuto di attività ludiche alternative, fuga dalla realtà e peggioramento nelle relazioni con gli amici, in famiglia e a scuola dobbiamo iniziare a farci delle domande. Se sono visibili alcuni di questi sintomi sopra descritti è importante chiedere aiuto agli specialisti, dal pediatra al neuropsichiatra ma è soprattutto importante fare squadra in famiglia per aiutare il ragazzo a trovare le risorse necessarie per ritrovare fiducia in se stesso e impegnare il proprio tempo in modo alternativo. L’attività fisica e il movimento sono una buona “cura” perché attivano sia la dopamina che la serotonina, permettendo quindi una progressiva ricerca del “piacere” non su internet ma nella vita di relazione».

Leggi anche altri approfondimenti della pediatra:

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